domenica 11 marzo 2018

Uscire dal XX secolo. Un’idea nuova per il Terzo Millennio. Per una Quarta teoria politica (R. Pecchioli)


Saggio di Roberto Pecchioli per comprendere la prospettiva della Quarta Teoria Politica.



“Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato anche al suo Dio”
(Fedor Dostoevskij- L’idiota)



Capitolo I. L’era delle ideologie
Modernità madre di tre ideologie
La modernità è stata l’era delle ideologie; la postmodernità dichiara di essere l’epoca del tramonto delle ideologie. La prima affermazione è vera, la seconda è una bugia travestita da verità. L’uomo europeo ed occidentale è stato protagonista delle due grandi rivoluzioni del XVIII secolo, quella americana e poi quella francese, figlie dell’illuminismo, poi ha assistito all’irruzione del nazionalismo nel XIX, ha creduto nelle “magnifiche sorti e progressive “ (T. Mamiani) dell’umanità modellata dal progresso scientifico e tecnico di quel secolo, ha vissuto la Rivoluzione Industriale e poi quella collettivista nella Russia del 1917, ha combattuto due tremende guerre nella prima metà del XX secolo, attraverso le quali ha scoperto la potenza distruttrice delle sue armi, prodotto della conoscenza delle legge fisiche e biologiche della natura.
La seconda parte del XX secolo ha poi cambiato completamente i principi ed i valori in cui erano vissute le generazioni precedenti, e, dopo il 1989 ha visto il tramonto dell’esperienza comunista, a favore o contro la quale si era polarizzato il mondo. Nel corso dei due secoli che possiamo definire “modernità”, per la prima volta nella storia gli uomini si sono divisi sulla base di ideologie, ovvero su visioni della vita, teorizzazioni, rappresentazioni della realtà e della vita, costruzioni concettuali da cui scaturivano amicizie o inimicizie irrevocabili. Nel corso del secolo, un grande giurista di profonda cultura storica e filosofica, Carl Schmitt, tematizzò, nella “Teoria del Partigiano” la nuova figura del nemico assoluto, il nemico ideologico, nei confronti del quale non ci poteva più essere conciliazione, ma solo conflitto.
Le ideologie hanno abbattuto progressivamente il vecchio equilibrio europeo nato dopo la guerra dei Trent’Anni dalla pace di Westfalia del 1648, caratterizzata dal reciproco riconoscimento degli Stati, dalla suddivisione religiosa territoriale “cuius regio, eius religio” (di chi è la regione, di lui sia la religione), dall’alternarsi di pace e guerra, ma sempre nell’ambito di un principio, quello romanistico dello “iustus hostis”, il nemico con cui si combatte, ma entro una cornice di regole e poi, a guerra finita, si riprende un dialogo, pur sulla base di nuovi equilibri. Ciò non è possibile con il nemico ideologico, che deve essere abbattuto, distrutto, ed al quale si tende addirittura a negare lo statuto di uomo.
Le ideologie sono state protagoniste e motori delle rivoluzioni e delle guerre; per esse sono vissuti e morti milioni di uomini, si sono fondati e poi disfatti Stati, sono sorte affinità e contrasti, divenuti prevalenti, nell’animo di grandi masse umane, rispetto alle tradizionali appartenenze nazionali, religiose, imperiali, linguistiche, culturali, civili. Tra le molte ideologie sorte, e poi tramontate, quelle che hanno mobilitato le generazioni sono state il liberalismo (prima teoria politica), il collettivismo socialista e comunista (seconda TP), il nazionalismo, il fascismo (terza TP). Racchiuse entro i duecento anni delle date simbolo del 1789 (Rivoluzione francese) e del 1989 (caduta del muro di Berlino e fine del comunismo sovietico), queste teorie politiche hanno esaltato, orientato, contrapposto gli europei, gli americani e gran parte del mondo.

La post-ideologia della post-modernità

Dopo il 1989, la vulgata generale ha proclamato la fine delle ideologie, a causa del successo del modello economico ed esistenziale liberale anglosassone, e della sconfitta rovinosa di quello che Costanzo Preve, marxista comunitarista eterodosso, definì comunismo storico novecentesco, guidato dalla Russia, divenuta Unione Sovietica, tornata Russia dopo il 1991, anno della dissoluzione dell’URSS.
Si tratta di un’interessata menzogna, giacché si è imposto come unico orizzonte del mondo il liberalismo, nella sua versione liberista, libertaria e libertina, che accredita se stesso come fatto, dato “di natura”, pertanto indiscutibile, irreversibile, finale. Si può affermare che siamo immersi nel post-liberalismo, tanto quanto nella post modernità e nel post industrialismo.

Un’ideologia pervasiva e appiccicosa, la cui forza straordinaria è nella plastica adattabilità ad uomini, tempi e circostanze, cui impone con costanza un unico criterio, quello del materialismo, della ragione economica, dell’utilitarismo, del consumo, attraverso il suo braccio secolare, il mercato. Il liberalismo è riuscito a convincere un’intera generazione che il destino dell’umanità, il senso stesso della vita, se ne esiste uno, è quello di scambiare beni e servizi attraverso uno strumento, il denaro, che controlla attraverso la sua istituzione più importante, il sistema finanziario e bancario.

Unica teoria politica rimasta sulla scena, pur negando vigorosamente il proprio carattere sistemico e destinale, il liberalismo è diventato il legame trasparente, ma robustissimo, che unisce tutte le visioni del mondo, derubricate a modalità pratiche di vita, e tiene in pugno masse enormi sul filo del desiderio compulsivo, che potremmo rappresentare con l’immagine del cane di Pavlov la cui salivazione inizia da quando sente il suono imposto che associa alla somministrazione di cibo. Il liberalismo desta ostilità diffusa, avversione, apprensione, ma riesce ad evitare il coagulo di forze intellettuali, civili, morali e sociali che gli si oppongano. Come uno zelig, muta istantaneamente di aspetto, forma e linguaggio a seconda dell’interlocutore. Esso descrive se stesso come “unicum”, fine della storia, realtà data di per sé, cui non esiste alternativa. Il liberalismo ama presentarsi come evidenza, principio di realtà.
Dunque, non tutte le ideologie, non tutte le teorie politiche — il liberalismo lo è, pur se preferisce rappresentarsi sul terreno economico, e non ideologico — sono tramontate. Una è rimasta, seduta su un trono grande quanto il mondo, e ama definirsi come unica porta aperta sulla società umana. Non ha più una dimensione politica, non rappresenta più una libera scelta, ma diventa una sorta di destino storicamente determinato, l’unico campo in cui si può giocare la partita dell’umanità: l’economia come destino.

La vittoria del liberalismo.

Osserva Robert Musil nel suo grande romanzo — saggio L’uomo senza qualità, “per riuscire a varcare porte aperte, si deve badare al fatto che gli stipiti sono duri: questo principio (…) è semplicemente un postulato del senso di realtà. Ma se c’è il senso di realtà (…) allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso di possibilità”.
Tramontato il resto, l’unica idea rimasta in campo, il liberalismo, ha trasformato il mondo in negativo e presenta tratti francamente antiumani. Ha prodotto ingiustizie di portata immensa; ha determinato un mutamento profondissimo nell’animo delle masse, in alleanza con la scienza e la tecnologia che controlla attraverso gli enormi mezzi economici di cui dispone; ha estirpato progressivamente venerande identità religiose, territoriali, nazionali. Ha azzerato consolidate convinzioni morali e civili, differenze di prospettive esistenziali e di comportamento concreto, al fine di dominare un’umanità nuova plasmata sul modello del produttore di merci, del consumatore compulsivo disposto ad indebitarsi per acquistare futili novità, dell’individuo isolato, solitario, desideroso soltanto di soddisfare capricci e pulsioni ribattezzate libertà.

Il liber(al)ismo ha privatizzato la Terra, nel più totale disprezzo per il creato, prima screditando, poi abolendo il concetto di limite, che, dalla Grecia classica in poi, aveva retto la coscienza collettiva dell’uomo europeo. Ha sostituito una serie di principi e valori morali e sociali concreti con un’idea astratta ed insensata di libertà negativa. Ha realizzato le idee di Benjamin Constant sulla “libertà dei moderni” [(I) Benjamin Constant (1767–1830) Pensatore politico francese “Della libertà degli antichi confrontata con quella dei moderni”] che è, di fatto, liberazione, emancipazione da qualsiasi vincolo o principio superiore, in opposizione a quella degli antichi, che consisteva nella partecipazione attiva agli affari pubblici con piena capacità di decisione.

Ha infine formulato teoricamente e tradotto in realtà l’egemonia del pensiero tecnico-calcolante — Heidegger [(II)Martin Heidegger (1889–1976) filosofo tedesco. Forse il maggior pensatore del XX secolo, autore tra l’altro di “Essere e Tempo”] — e della ragione utilitaria, colonizzando l’immaginario delle ultime tre generazioni in un soffocante conformismo che sta abolendo la stessa dimensione pubblica e politica dell’uomo, eredità che risale al grande pensiero di Aristotele.

L’ideologia che ci domina e pervade ha presa, aspirazioni, pretese e respiro globali: non meno globale, organica e totale deve essere la risposta. Capire l’avversario significa incalzarlo su ogni terreno, opponendo su ogni fronte idee, soluzioni, modelli alternativi.

La grande trasformazione.

Di fronte a quella che, parafrasando Karl Polanyi, possiamo chiamare grande trasformazione, occorre quindi suscitare, animare e radicare un ampio fronte di idee, di uomini e nazioni decisi a fuoruscire dall’orizzonte liberale attraverso la progettazione di idee nuove per un’umanità che non può essere più prigioniera di visioni della storia, della vita, dei rapporti sociali ed economici del passato. Quelle che Jean François Lyotard definì le narrazioni ideologiche della modernità sono vestigia inservibili, ruderi; sorge quindi la necessità di pensarne di nuove dalle macerie di un passato e di un presente su cui non può che gravare un giudizio negativo.
La persistente crisi economica globale, che si pretende di curare con i farmaci e le condotte che l’hanno cagionata, farà sì che il sistema cercherà vie sempre più duri per uscirne, attraverso il controllo tecnologico, quel pensiero che non pensa che si è convertito in “gestell” [(III)Gestell traduzione “impianto”. Termine introdotto da Heidegger in Essere e tempo per indicare ciò che pervade (es. la Tecnologia)] impianto, sovrastruttura della post modernità.
Se affermiamo che lo stato presente della civiltà europea ed occidentale è drammaticamente negativo, dobbiamo accogliere una riflessione di Albert Einstein: “Non si può risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero che lo ha creato”. Pertanto, per utilizzare un termine che Thomas Kuhn ha introdotto a proposito del pensiero scientifico dominante, è urgente rovesciare il paradigma, ovvero affrontare, revocare in dubbio ed abbattere le idee forza e l’assiomatica corrente, che è quella del mondo liberale, liberista e libertario, inquietante miscela tra società dello spettacolo e sottocultura del consumatore, all’ombra dell’abolizione della politica.

Capitolo II Verso la quarta teoria politica.

Riprendere il discorso, cambiarne il filo

Fare politica, in tempi liberali, diventa inutile, se non superfluo e privo di senso: non si può, ragionevolmente, essere contro ciò che viene presentato come l’ordine naturale delle cose. La politica è sostituita dalla biopolitica [(IV)Biopolitica. Neologismo inventato da Michel Foucault (1926–1984)–filosofo e storico francese], mezzo con cui il sistema regola la vita biologica e fisica, attraverso nuovi istituti giuridici, il condizionamento tecnologico, la medicalizzazione di ogni atto e momento dell’esistenza, il controllo della stessa riproduzione, la ridefinizione della famiglia. Destino è lo scambio, la produzione, il consumo, la rapida sostituzione del “materiale umano” (immigrazione, eutanasia, eugenetica mascherata da ricerca del benessere).
Obiettivo di una nuova idea non può che essere quello di fornire un armamentario ideale per tutte le forze che rigettano l’ideologia dianzi descritta, combattere senza distinzioni le varie fazioni che la costituiscono, sostenere le ragioni dell’uscita dalle grandi narrazioni metapolitiche di ieri, proporre un progetto. Aleksandr Dugin, il grande intellettuale russo che ne è ispiratore, chiama “quarta teoria politica” [d’ora in poi 4TP] il complesso di principi e valori che espone in un libro dallo stesso titolo, non ancora tradotto in italiano.
Per quanto bizzarro possa sembrare, noi siamo convinti che ci sia bisogno più di poeti che di pensatori. La notte è talmente lunga che il concetto stesso di luce è ormai affidato agli artisti, alle intuizioni, a quel drammatico, ma profondo pensiero di Friedrich Hoelderlin, poeta pazzo veggente, secondo cui più si avvicina il peggio, più si avvicina anche ciò che salva.
La seconda e la terza ideologia politica hanno fallito come rivali del liberalismo nell’esprimere in maniera alternativa l’anima della modernità. Dai loro errori si può trarre insegnamento, e recuperare da esse ciò che mantiene valore, e che rischia, nella loro bancarotta, di trasformarsi in detrito anziché in risorsa. Solo retrospettivamente possiamo individuare ciò che avevano in comune, ovvero la strenua opposizione al liberalismo.
La modernità si è caratterizzata per l’irruzione delle masse, la loro presa del potere sociale. Sulle piste tracciate un secolo prima da Tocqueville, è stato lo spagnolo José Ortega y Gasset a ricondurre il malessere del Novecento, che il comunitarista canadese Charles Taylor chiamerà disagio della modernità e Max Weber, da un opposto punto di vista, disincanto del mondo, all’emersione di un soggetto storico del tutto nuovo, l’uomo medio, l’uomo-massa, scimmia dell’individuo. “Massa è tutto ciò che non valuta se stesso, né in bene, né in male, mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo” e tuttavia non se ne angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri.” [(V)Josè Ortega y Gasset (1883–1955) “La ribellione delle masse”].
Manipolato dai totalitarismi, ridotto a consumatore, recettore passivo di messaggi pubblicitari, e prima ancora degradato a merce nel lavoro (le risorse umane), un uomo siffatto è il perfetto “corpo vile” su cui l’ingegneria del consenso esegue i suoi esperimenti, realizza i suoi successi, trasferendo le acquisizioni della psicanalisi alla ferrea logica economica strumentale.
Predrag Matvejevic, intellettuale slavo nato a Mostar, ha inventato la parola democratura, per descrivere la finta democrazia degli oligarchi succeduta al comunismo nell’Europa dell’Est. In larga misura, il termine può essere esteso al nostro mondo eterodiretto.
E’ quindi chiaro contro chi si eleva la protesta della 4TP, e nella negazione costitutiva (non è fascismo, né socialismo, né, evidentemente, liberalismo) c’è un primo significato: quello dell’andare oltre, aprire pagine nuove, scrivere nuovi capitoli della vicenda storica dell’ uomo. Il primo obiettivo conseguito è l’aver identificato il nemico, avvertito tutti sul male che incombe, nella persuasione che il socialcomunismo ed i fascismi hanno fallito nel far guerra al liberalismo e non hanno possibilità alcuna di una rivincita storica.
I pensatori provenienti da oltrecortina, scottati dalla drammatica esperienza del comunismo e dalla successiva violenta imposizione di un liberismo economico e sociale che ha spezzato i fili delle comunità sopravvissuti all’urto collettivista, si sono rivelati i più sensibili alla ricostruzione di un tessuto culturale, ma anche morale, sociale e religioso condiviso. “Nulla di ciò che avevate promesso ci è stato dato, solo jeans, Mc Donald e merda”, sbottò il grande regista russo Nikita Michalkov in un’intervista al Corriere della Sera.
Tanto premesso, il secondo gradino è quello di superare le affermazioni vere ma negative, ed esprimere il nuovo, il diverso, il non-ancora-detto. Ricostruire, ri-pensare, elaborare principi e valori nuovi è operazione complessa, bisognosa di una trama e di un ordito la cui base sia il riconoscimento irrevocabile di un compito storico: uscire dalle ideologie del passato, che hanno dominato il secolo XX, ma traevano le loro radici in un passato ancora più lontano, nel Settecento razionalista per il liberalismo, nell’Ottocento per il socialismo e per i nazionalismi.
Alexsandr Dugin in Russia, Alain De Benoist in Francia, sono alfieri e banditori di questo andare oltre, a partire dalla constatazione che non hanno più alcun senso le vecchie categorie politiche di destra e sinistra, nate con la Rivoluzione Francese, consolidate nella seconda metà dell’Ottocento e naufragate con il comunismo al tramonto del secondo millennio.
Dugin, classe 1962, docente in patria e nel Kazakhstan, uomo di vastissima cultura, in grado di dominare almeno dieci lingue, profondo conoscitore di tutte le correnti del pensiero occidentale ed asiatico, è il primo ad offrire una completa, nuova teorizzazione, per uomini e popoli di questo Millennio che stenta ad uscire dalle strettoie culturali ed ideologiche del tempo precedente.
E’ la Quarta Teoria Politica, e dopo aver esaminato e scartato una dopo l’altra varie ipotesi, ne ha individuato il centro simbolico in un concetto filosofico introdotto da Martin Heidegger in Essere e tempo, l’Esserci, (Dasein) [(VI)Dasein ted. Esserci. Termine fondamentale della filosofia di M. Heidegger] . Ogni grande costruzione teorica che ambisca a trasformare il mondo possiede un suo centro, circolo ermeneutico lo denomina Dugin, che è il principio di interpretazione e l’asse portante dell’idea. Per il liberalismo si tratta dell’individuo, per il comunismo è la classe, per i fascismi lo Stato, e, nella variante nazionalsocialista, la razza.

Il “Dasein”

Dugin è essenzialmente un filosofo. La sua grammatica spirituale, oltreché la vasta preparazione, lo porta a complessità di linguaggio che devono essere chiarite. Per lui “circolo ermeneutico” significa il nucleo forte, fondante di una dottrina. Indicare quale nocciolo dottrinario l’heideggeriano “dasein”, esserci, un concetto filosofico, è insieme un azzardo ed un atto di fiducia negli uomini. Esserci è infatti sinonimo di uomo che sta nel mondo, che ha l’esistenza come specifico modo di essere. Il “Dasein” reinterpretato da Dugin è dunque l’intento di ricentrare idee, storia e realtà sulla complessità e la vita sociale di quell’unico soggetto pensante, l’uomo, che concretamente esiste e vive, qui e adesso, pone domande, “si rende conto”, aspira a interpretare, comprendere, giudicare, modificare, padroneggiare la totalità di ciò che vede e di cui fa esperienza.
L’uomo non è una sorta di creatura celeste, un’anima spirituale che si trova accidentalmente in un corpo e nel mondo come un pesce nell’acquario. Esistere significa per lui stare nel mondo, essere qui, “esser-ci”. Implica dunque un legame necessario con un certo “qui e ora”, un determinato mondo, una precisa situazione storica, sociale, comunitaria ed individuale. Dugin riafferma perciò vigorosamente un umanesimo che è libertà di scelta e progettazione della vita concretamente situata, “gettata”, esistente nel contesto effettivo dello spazio e del tempo, in una realtà data. Nella parola composta Esser-ci, la particella enclitica “ci” simboleggia i due caratteri dell’uomo accolti sull’orma di Heidegger, ovvero la sua esistenza spazio-temporale (essere-qui-ora), e la sua apertura all’Essere, all’infinito, alla trascendenza, alla dimensione spirituale della vita.

Il panorama storico e culturale della 4TP

Le tre grandi ideologie del passato hanno fallito, e le macerie pesano come i resti di un terremoto su gran parte dell’umanità. Ciascuna, dicevamo, si fondava su un’ idea-forza, un “circolo simbolico” o soggetto storico attorno al quale aveva organizzato la rispettiva visione del mondo. Per il comunismo si trattava della classe, gli operai sfruttati la cui missione storica, per Marx, era ribaltare i cosiddetti “rapporti di produzione”, attraverso l’abolizione della proprietà privata, il materialismo storico, l’internazionalismo e la realizzazione dell’uguaglianza di tutti gli uomini. Per il fascismo circolo simbolico era lo Stato, espressione del popolo che si fa nazione, e, nella declinazione nazionalsocialista, la razza. Il soggetto del liberalismo è l’individuo, isolato da ogni appartenenza, estraneo alle identità collettive comunitarie, indifferente alla tradizioni, agnostico o disinteressato alle credenze spirituali o religiose.
L’orizzonte culturale della 4TP e del suo ispiratore parte dall’eurasiatismo per abbracciare e ricomporre in una sintesi originale grandi filoni culturali europei come la geopolitica, l’esistenzialismo, il tradizionalismo. Dugin, in particolare, esprime una convinta adesione al cristianesimo ortodosso attraverso un percorso tipicamente russo, che spazia dalla corrente slavofila [(VII)Slavofili. Gruppo di storici e filosofi russi dell’800 impegnati nello sviluppo ed esaltazione della cultura nazionale] a Fedor Dostojevskyi. Sul piano politico sociale, il baricentro è la certezza che l’uomo debba rimettere “di lato” l’economia ed inventare un sistema in cui al centro sia quel particolare senso dell’uomo definito Dasein, Esserci.
Un uomo concreto, quello della 4TP, al plurale, poliforme, di cui si accettano ed enfatizzano le differenze perché mille sono le civiltà, i modi di vivere e di affrontare l’esistenza, dare senso al vivere comune. Un uomo “situato” nello spazio e nel tempo, radicato, definito da molteplici ruoli e situazioni, non dalla condizione sociale o professionale, piuttosto dalla combinazione dell’appartenenza ad un’etnia ed a una cultura, dalla sua tradizione spirituale e religiosa, dalla sua collocazione spaziale, e non certo dalla vaga qualifica di individuo o cittadino del mondo. Un uomo che, preso atto del suo esistere, del suo “esserci”, si riconosce nella tradizione di cui è erede, una tra le molteplici in un universo di diversità e distinzioni, e a partire da essa, si confronta in condizioni di pari dignità con tutti gli altri. Un uomo, una persona, che, per utilizzare un formula semplice, “vive e veste panni”, e i panni sono quelli della cultura, della religione, della tradizione, del territorio concreto di cui è figlio. Si può affermare senz’altro che l’ethnos, ovvero la consapevole appartenenza ad una comunità, sia un valore centrale della 4TP.
In questo senso, ha una certa pregnanza il paragone con molte idee della Rivoluzione Conservatrice. Come detto, tuttavia, non si può comprendere Dugin senza inserirne il pensiero nell’eurasiatismo, dal cui arsenale concettuale derivano concetti quali “spazio-sviluppo”, “passionarietà”, demòtia”, che tanta importanza hanno nel lessico della 4TP.

L’eurasiatismo. La geopolitica

L’eurasiatismo è un’idea della storia, della geopolitica e della cultura il cui cardine è l’idea di Eurasia, il gigantesco territorio geografico che riunisce due continenti, considera la Russia non una nazione tra le altre, sia pure di grandi dimensioni geografiche e demografiche, ma una vera e propria civiltà a sé stante, distinta dall’Europa, di cui pure costituisce la metà e dall’Asia, cui appartiene la maggior parte del suo territorio. La Russia si fonda storicamente su due istituzioni di potere: lo zar, che, nella tradizione è tanto il basileusbizantino che il khan mongolo, ripresentato in chiave moderna nel modello del potere concentrato nelle mani e nel carisma del Capo (Stalin stesso, da un quindicennio Vladimir Putin); ed il popolo-nazione, il narodnost.
Non è senza significato che lo stesso vocabolo populismo, oggi circondato dall’interessato discredito da parte delle caste oligarchiche che si sono impadronite del potere in Occidente, nasca in Russia, nell’Ottocento, con il movimento dei narodniki. Nell’esprimere un giudizio negativo sulle società liberali europee, che consideravano decadenti, i populisti russi, tra i quali Alexsandr Herzen, ritenevano che la Russia, diversamente da quelle, dovesse percorrere un proprio sviluppo autonomo. Essi si consideravano gli interpreti dell’anima popolare, condannavano la servitù della gleba ma non l’autocrazia, alla quale affidavano il compito di attuare riforme sociali, nel mantenimento dell’obscina, la primitiva comunità rurale russa. L’obscina era una sopravvivenza della primitiva agricoltura nomade in un immenso territorio, si basava sulla rotazione dei terreni e sull’uso comune dei beni (legnatico, pascolo, risorse idriche).
Un popolo nazione, quello russo, che si forma nel territorio euroasiatico durante la lunga stagione mongola e turanica, caratterizzandosi poi in senso inclusivo come grande spazio imperiale di convivenza multietnica. In questa chiave di lettura, è evidente l’estraneità ai valori democratico-liberali dell’Europa centrale ed occidentale. La ragione illuminista non ha scalfito l’animo russo nonostante la profonda influenza francese sulle élite. Se Pietro il Grande aveva imposto l’europeizzazione attraverso la fondazione di San Pietroburgo, affidata nell’architettura e nel gusto ad artisti ed artefici europei, specie italiani, la Russia profonda non è mai diventata europea. La sua anima resta sospesa tra le steppe ed i ghiacci asiatici che furono di Tamerlano e dell’Orda d’Oro e l’ovest cui la richiamano il cristianesimo ortodosso (Mosca, dopo Bisanzio, è la terza Roma) e la sua prima etnogenesi medioevale attorno a Kiev.
L’eurasiatismo, nel drammatico XX secolo vissuto dalla Russia, ha espresso eccellenze nella linguistica e nella filologia (il Circolo di Praga di Roman Jakobson e Nikolaj Trubeckoj), nella geografia politica, nella scienza e nella teologia con il grande martire Pavel Florensky, nella filosofia politica con Nikolaj Alexeiev e Piotr Savitzky, nel diritto e nell’opera di un importante storico della cultura ed etnografo come Lev Gumilev. Quest’ultimo, figlio del poeta NIkolaj Gumilev e di Anna Achmatova, regina della poesia russa, fu salvato dalla fucilazione dalla madre, che dovette ritrattare le sue posizioni politiche antistaliniste e fu costretta a scrivere articoli di forte sostegno all’autocrate georgiano. Elementi di eurasiatismo possono essere rinvenuti anche nell’opera di un filosofo e scrittore cristiano come Nikolaj Berdjaev.
Dopo la fine dell’URSS, l’eurasiatismo, che attraversò come un fiume carsico il settantennio sovietico, tornò d’attualità nelle idee politiche del nazionalbolscevismo di Eduard Limonov e dello stesso Dugin nella sua stagione giovanile. Oggi è ritenuto l’elemento unificante degli ambienti “rossobruni” ed uno degli elementi ispiratori del partito di potere, Russia Unita. Il neo-eurasiatismo si candida ora ad essere l’ossatura della 4TP. Le sue caratteristiche possono essere riassunte in un vigoroso conservatorismo “attivo” e decisionista di stampo schmittiano, avverso ai valori occidentali di progresso, democrazia, mercato, scientismo (“pensiero che non pensa”). [(VIII)Pensiero che non pensa. Espressione di Heidegger per designare la conoscenza tecnica e tecnologica]

Geopolitica, Eurasia.

L’egemonia del pensiero e delle prassi anglosassoni possono essere quindi affrontati e battuti solo opponendole il dominio territoriale eurasiatico centrato sulla Russia, unica potenza in grado di riportare al centro delle comunità i valori spirituali, la famiglia, la gerarchia contro la modernizzazione occidentale, colonialista, sottilmente totalitaria e, in definitiva antropologicamente razzista. Torna sulla scena la grande intuizione di Arthur Moeller Van Den Bruck, fautore di un’intesa russo-tedesca, con la sua definizione di democrazia come “partecipazione del popolo al proprio destino” [(IX)Arthur Moeller Van den Bruck (1876–1925) “Il Terzo Reich”.].
L’eurasiatismo, cerca ora sponde ed alleati in numerosi filoni e frange del pensiero non conforme europeo, a partire dall’intesa con esponenti della cultura francese come Alain Soral e Alain De Benoist, la riproposizione di temi cari alla Rivoluzione Conservatrice tedesca, la ripresa di un federalismo alla Althusius o alla Gianfranco Miglio, da inserire e ricomporre ad unità intorno ad una rinnovata concezione di impero. L’idea imperiale “imperium” ha caratterizzato non solo il mondo asiatico, ma anche lunghe e feconde stagioni dell’anima europea, dal medioevo ghibellino sino alla definitiva sconfitta del 1918 di fronte ai nazionalismi colonialisti ed agli Stati Uniti espressione della nascente egemonia della finanza.

Europa

L’Europa non appartiene allo spazio eurasiatico. La sua civiltà, immensa, stratificata, di lungo periodo, legata a piccoli spazi che hanno generato enormi diversità, deve restare indipendente e libera. Il suo dramma, dopo le due guerre civili intraeuropee della prima metà del secolo XX, è la difficoltà, e, perché non dirlo, la mancanza di forza e volontà di fronteggiare l’egemonia atlantica degli Stati Uniti, che le hanno imposto un’alleanza ormai contro logica e natura, ed ancor più un soffocante vassallaggio culturale. Con l’Eurasia, e con ogni altra civiltà interessata, condivide il bisogno storico di liberarsi da un’egemonia mortifera. Abbiamo lo stesso nemico, ed è un nemico assoluto, che, a suo modo, non fa prigionieri, ma solo servi: l’alta finanza, il mondialismo che omologa lingue, stili di vita, modelli. Non sono necessariamente americani, i super padroni, ma, eredi dell’impero britannico, della Compagnia delle Indie, in unione con le grandi famiglie del denaro hanno negli USA centrali e direzioni strategiche. Conoscono bene, e sperimentano ogni giorno, almeno dal 1898, guerra delle Filippine, Usa contro Spagna, il modo di distruggere gli avversari ed uccidere l’anima dei popoli.
L’euroasiatismo si propone, attraverso la 4TP, di fornire un arsenale di idee ed una sperimentata influenza territoriale e ideale volgendosi ad Ovest, a quelle forze sparse europee per suscitare nei popoli del nostro continente, oltreché in quelli asiatici già in cammino, un nuovo spirito, un singolare sentimento che si fa azione, descritto da Lev Gumilev e chiamato passionarietà.

Passionarietà. Luogo-Sviluppo

Sulle piste tracciate da Piotr Savitzky [(X)Piotr Savitzky (1895–1968) Filosofo e storico russo, esponente dell’eurasiatismo], Gumilev, nella sua teoria dell’etnogenesi, ovvero della nascita del popolo russo tra il XIII secolo (invasione mongola) ed il XVI (Ivan il Terribile) ha formulato concetti come ethnos, superethnos e, appunto, passionarietà. La passionarietà è il fatto inspiegabile in termini razionali che, in determinate circostanze, i popoli o gli individui riescano a compiere atti o imprese che oltrepassano l’orizzonte della vita quotidiana. Si tratta di una sorta di energia misteriosa che si forma nell’anima collettiva e poi erompe, si sprigiona con pienezza come lava dal cono di un vulcano ed induce popoli e tribù a muoversi. Esistono, a detta di Gumilev, veri e propri cicli storici di passionarietà ed è possibile predirli. Lo spirito dei popoli, che, giocando sulle parole, potremmo chiamare l’ethos dell’ethnos, si trasforma in superethnos, dà forma, fonda, istituisce la nazione, lo Stato o l’impero. Giunta al suo acme, la passionarietà tende a scemare, trasformandosi in “autunno d’oro” della civiltà. Chiara è la vicinanza a idee espresse da personalità come G.B. Vico, Mircea Eliade, Oswald Spengler e Arnold Toynbee.
Lo stesso Piotr Savitzky, a lungo sodale e corrispondente di Gumilev, ha elaborato un’altra idea chiave cui anche la 4TP si ispira: il principio di “luogo-sviluppo” (mestorazvitiye in russo). La scoperta di Savitzky è che ciascun luogo ha in sé l’essenza di ciò che vi è avvenuto e vi si è sviluppato o vi si svilupperà nell’avvenire: lo spazio come destino. E’ la declinazione spirituale delle intuizioni che i grandi della geopolitica, da Ratzen a Kjellen, svilupparono nell’ambito degli interessi di dominio delle potenze: lo spazio “decide” storia e destino di chi lo abita. Non è senza significato, in termini metastorici, che la più diffusa teoria geopolitica, elaborata dal britannico Halford Mackinder faccia riferimento proprio all’Eurasia come “heartland”, il cuore geopolitico e geostrategico della terra, perno degli equilibri mondiali, unità organica sorta dall’osmosi tra i mondi russo ortodosso e turanico mussulmano al centro del continente asiatico. Il controllo dell’Eurasia, immensa placca continentale, assicura il potere a livello mondiale, in contrapposizione alle forze oceaniche talassocratiche. Mackinder espresse la convinzione che potessero esistere due sole politiche internazionali, una di mare e l’altra di terra.

Terra e mare

Tale concetto geopolitico ha il suo omologo nell’idea europea continentale, intuita da Karl Haushofer e soprattutto da Carl Schmitt [(XI)Carl Schmitt (1888–1965) Giurista e pensatore politico tedesco, considerato il maestro del realismo politico del XX secolo] nel suo “Nomos della Terra”, che contrappone, anche dal punto di vista ideale, le potenze oceaniche anglosassoni a quelle telluriche (Russia, Germania), con sullo sfondo la possibile alleanza con l’immensità indiana e cinese.

Le potenze di mare sono la culla dell’universo liberale e Dugin, d’accordo con Schmitt, ne denuncia l’operazione di lungo periodo volta a sovraordinare la società, ergo l’economia, agli Stati, sino all’estirpazione definitiva di ogni dimensione pubblica. Già l’illuminista Voltaire riteneva preferibili i legami contrattuali a quelli comunitari; da parte sua, Montesquieu teorizzò il dolce commercio, antidoto alle guerre, e nessuna opinione risultò più errata alla prova dei fatti. Al contrario, porre l’individuo, i suoi interessi ed i suoi desideri al di sopra di tutto significa “degradarlo appositamente in zone di immoralità e di violenza”, [(XII)Martin Heidegger “Essere e tempo”] ridurlo a feticcio primitivo armato di tecnologia.

Dugin si occupa delle teorie tedesche sul “lebensraum”, correggendo il significato loro attribuito: non spazio vitale, teso alla conquista ed alla sopraffazione dell’Altro, ma “luogo della vita”, in cui si svolge al meglio la vicenda concreta dei popoli che vi sono insediati e per ciò stesso condividono una certa idea di sé. In quel senso, la 4TP si distingue nettamente anche dal principio, anch’esso germanico, di “blut und boden”, sangue e suolo: ben più suolo che sangue, giacché gli eurasiatisti, e Dugin con loro, sono inclusivi, imperiali, eredi di popoli “mobili”, che non si riconoscono in esclusivismi o suprematismi etnici. La 4TP condivide irrevocabilmente tali convinzioni, ed anche in ciò sta la sua novità, il suo essere un’altra cosa rispetto ai tramontati etnonazionalismi del passato.

La modernità. Economia come destino

L’eredità lasciata della modernità sono le macerie di tre grandi teorie politiche. Il comunismo ed i fascismi, secondo la 4TP si sono poste in competizione per esprimere al meglio lo spirito della modernità. Venute meno, l’una al termine di una guerra drammatica, l’altra esaurita nei suoi fallimenti fatti di burocrazia, violenza e proibizioni, non devono essere del tutto abbandonate, ma ripensate, cogliendo gli aspetti di verità che hanno valore di per sé. Si coglie una contiguità con il pensiero di marxisti comunitaristi come Costanzo Preve, con l’idea del fascismo-giacimento di un Pino Rauti, nonché una sorprendente analogia con una vecchia definizione di Franco Freda, per il quale fascismo e nazionalsocialismo furono “l’estate di San Martino della modernità”. [(XIII)Franco G. Freda (1941-) “L’albero e le radici”].
Sbrigativamente, potremmo assumere il punto di vista del volume Rinascita di un impero, secondo cui occorre vedere Marx da destra e leggere Julius Evola da sinistra.

La modernità coincide con la fine del sacro, chiamata da Nietzsche “morte di Dio” e da Max Weber “disincanto del mondo”. La postmodernità in cui siamo immersi va oltre. Non esprime più aperta contrapposizione ai valori religiosi e spirituali, non è più necessario, semplicemente essi diventano indifferenti, non appartengono più alla storia e neanche alla cronaca, inverando l’orgogliosa pretesa di un biologo come il Laplace: “Dio è un’ipotesi che non ho preso in considerazione”. Oppure, lasciano il campo alle elucubrazioni cosmologiche dei fisici teorici, alla Dawkins o alla Hawking, che riducono l’universo ad una combinazione di geni o alla casualità. Ciò che conta è solo la dimensione economica, la sua gestione attraverso il mercato e la finanza, la sua giustificazione come fatto naturale.

Già negli anni Novanta, Alain De Benoist denunciò l’inservibilità delle vecchie categorie di destra e sinistra, preferendo i termini centro e periferia. Altri hanno applicato altre coppie oppositive, quali Nord- Sud, Alto-Basso, ma ciò che conta, e che la 4TP accoglie senz’altro, è che esiste un centro corrispondente alle varie fazioni (politiche, economiche, culturali) del pensiero dominante, di cui la dimensione economica è architrave e giustificazione, opposto ad una periferia costituita dalla maggioranza dei popoli e dall’insieme eterogeneo e sconnesso delle forze che si oppongono a quella egemone. La 4TP si candida ad interpretare le istanze di queste ultime, offrendo un completo sistema alternativo di principi e valori. Il primo passo è il rilancio offensivo dei valori delle tradizioni di ciascun popolo. Dugin, peraltro, usa il termine Tradizione nel senso formulato da René Guénon e Julius Evola, ovvero come adesione ad un insieme di principi metafisici comune ad ogni vero costume spirituale, condiviso al di là delle distinzioni delle pratiche religiose, dei culti, dei differenti approcci alla trascendenza di ciascuna cultura.

Capitolo III. Le altre teorie politiche.

Marxismi

La più vecchia delle tre teorie politiche “concorrenti” è il liberalismo, figlio del Settecento, dell’Illuminismo e delle rivoluzioni americana e francesi. Il comunismo nasce come reazione alle profonde ingiustizie della prima e seconda rivoluzione industriale, individuando nella nuova classe degli operai il soggetto storico collettivo in grado di rovesciare i rapporti di forza con la borghesia, identificati nei “rapporti di produzione “, attraverso l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, unica possibilità di interrompere il corto circuito di sofferenza ed ineguaglianza chiamato alienazione e smascherando le contraddizioni del sistema con il procedimento dialettico tratto dal sistema di Hegel, a partire dal feticismo delle merci, base del consumo indotto. Un’ideologia materialista ed apertamente atea, giacché vedeva nella religione l’oppio dei popoli ed uno strumento privilegiato di dominio. Seguendo Feuerbach, il marxismo considera Dio un’invenzione del pensiero ed accetta, più o meno consapevolmente, l’assunto secondo cui l’uomo è ciò che mangia.
Significativo è l’incipit dell’XI tesi marxiana su Feuerbach: “Finora i filosofi hanno cercato di comprendere il mondo, ora è il momento di cambiarlo”. Filosofia che si fa storia e, in larga misura, religione secolare per cui vivere e morire. Fu poi Carl Schmitt a capire che tutte le grandi costruzioni ideologiche non sono che religioni secolarizzate. I fascismi, enfatizzando il ruolo dello Stato, interprete e personificazione della Nazione (o, in Germania, della razza), hanno cercato di dare una risposta all’ingiustizia ed al materialismo pratico liberale senza cadere nel collettivismo, ma sono stati sconfitti sul campo di battaglia e non hanno risolto il problema della libertà. Per Dugin, che resta innanzitutto un russo, hanno perduto anche per non aver tenuto conto dell’anima profonda dei popoli slavi ed eurasiatici, considerati razze di second’ordine dal nazionalismo nordico.

Opporsi alla vittoria epocale del liberalismo

Il tramonto di queste due grandi narrazioni politiche lascia campo libero all’avversario liberale contro cui entrambe nacquero ed insorsero. Secondo la 4TP, la battaglia deve essere condotta attraverso direttrici diverse. Una prima ipotesi punta su una specie di combinazione dei soggetti simbolici, classe (meglio gruppo sociale) Stato, etnia (non razza), nazione e, naturalmente, individuo. Una seconda possibilità si potrebbe definire fenomenologica nel senso dell’insegnamento di Edmund Husserl [(1)Edmund Husserl (1859–1938) Filosofo tedesco. Fondatore della Fenomenologia. “Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica”], o della “lunga durata” teorizzata da Fernand Braudel. La Longue durée è una struttura sociale che resiste nel tempo alle sollecitazioni della storia, mediante una sorta di tenace resilienza, ossia la capacità elastica di assorbire i colpi. In questo senso, la 4TP propone la desecolarizzazione della società, in una rinnovata alleanza tra religione e politica (è il modello imperiale dell’ortodossia madre della Santa Russia) ed una forma di decisionismo politico vicino alle idee del realismo politico europeo ed alla prassi russa, incarnata oggi dalla “democrazia sovrana” di Vladimir Putin.
Nessuna delle due ipotesi sembra tuttavia soddisfacente, e così Dugin ha pensato ad una originale teoria dell’immaginazione. L’immaginazione è la facoltà che, unita alla parola, al logos, fa dell’uomo un essere unico. L’immaginazione serve per ideare, progettare, istituire forme nuove, formare il contenuto dell’esistenza. Unita al realismo di chi sa non solo vedere i fatti, ma coglierne l’essenza, l’immaginazione acquista un’importanza politica che va oltre lo slogan del Sessantotto, l’immaginazione al potere.
Ciò che lega le ipotesi menzionate, ed insieme le supera in una sintesi che aspira ad essere organica (la somma maggiore dei singoli elementi) resta l’intuizione del Dasein, l’Esserci, l’uomo concreto, che si riconosce persona, individuo, membro di una nazione, appartenente ad un’etnia, componente di una comunità, seguace di una tradizione spirituale, elemento di una civiltà nata prima di lui e che gli sopravvivrà.

I processi monotòni

Sulla base delle elaborazioni esaminate nel paragrafo precedente, la 4TP non poteva che essere profondamente critica nei confronti di quella particolare forma mentis occidentale che definiamo ideologia del progresso. I grandi della sociologia novecentesca, da Durkheim a Pitirim Sorokin sostengono che il progresso sociale non esiste, non è che una costruzione artificiale, un mito formulato secondo i dettami del tempo, con linguaggio e termini scientifici. Verità acclarata dagli antropologi per le civiltà, potremmo citare l’analisi del dono in Marcel Mauss [(2)Marcel Mauss (1872–1950) antropologo francese. Autore del “Saggio sul dono”. Nel suo nome è sorto Il MAUSS Movimento Anti Utilitarista di Studi Sociali] e la scoperta della sua eccedenza rispetto a ciò che si conservava.
Con l’ecletticismo culturale frutto di un’erudizione sbalorditiva, Alexsandr Dugin muove dagli studi di Gregory Bateson [(3)Gregory Bateson (1904–1990) epistemologo e psichiatra americano. Tra i fondatori del gruppo interdisciplinare di Palo Alto], antropologo, sociologo ed epistemologo tra i maggiori del XX secolo. La critica di Bateson si concentrò sui cosiddetti “processi monotònici”, quelli cioè che procedono in una sola direzione. Gli alberi non crescono indefinitamente, gli animali e gli uomini neppure. Tale è l’assunto di base dell’ecologia, della decrescita, della bioeconomia di Nicholas Georgescu Roegen [(4)Nicholas Georgescu Roegen (1906–1994) Economista romeno. Fondatore della bioeconomia].
I processi monotòni, scopre Bateson, non esistono né in biologia, né nel funzionamento delle macchine (importantissimo fu il suo contributo alla nascente cibernetica) e, tanto meno possono funzionare nelle società umane. Un colpo durissimo all’idea di crescita indefinita, di determinismo, progresso lineare, del “dopo” e del “nuovo” sempre superiori, migliori, di prima e vecchio. “Processi monòtonici, come l’incremento della popolazione, in molti casi conducono alla guerra, la quale torna a ridurre la popolazione stessa”, scrive Dugin, e soggiunge che “nella società attuale vediamo livelli di progresso tecnologico senza precedenti, insieme ad un incredibile degrado morale”. L’attenzione del Nostro per la dimensione etica lo rende, eo ipso, incompatibile con modernità, postmodernità e liberismo, che fanno della neutralità (o dell’indifferenza) morale il proprio elemento naturale. L’ex primo ministro svedese Bildt ha affermato in un pubblico dibattito che “la religione ortodossa è nemica dei valori occidentali”. Dato il pulpito da cui proviene il monito, un motivo in più per allargare ad est gli orizzonti culturali.

Il Progresso

L’idea di progresso infinito ed indefinito, senza scopo e direzione che non se stesso, è la cifra più evidente dell’ideologia contemporanea, sconosciuta alle tradizioni di quasi tutte le popolazioni, come hanno ampiamente dimostrato gli antropologi. Non si dà, dunque, processo monotòno cui non corrisponda all’incremento di un campo, il decremento di un altro. Tale constatazione risulta vera tanto nelle scienze naturali, quanto nell’ambito delle tecnologie ed in quello delle società. Del resto, lo avevano dimostrato già il secondo principio della termodinamica e l’idea di entropia, nell’ indifferenza di sociologi, economisti, scienziati della politica, e nonostante la messa in guardia da parte della teoria della complessità di Edgar Morin e le acquisizioni di Ilya Prigogine sulle “strutture dissipative”.
L’idea di evoluzione va espunta decisamente dall’orizzonte filosofico, quanto da quello scientifico, ove è iniziata una lenta ritirata del darwinismo. La parola “civiltà” ha avuto una circolazione ed un peso notevoli, nell’elaborazione dell’ideologia del progresso. All’opposto, essa è stata considerata lo stadio terminale della cultura, al tempo del confronto Kultur-Zivilisation” [(5)Kultur Zivilisation ted. Cultura e Civiltà. Coppia oppositiva presente nella filosofia ed epistemologia tedesca per designarne le diversità], e non è altro che un ulteriore processo monotòno, al quale va contrapposta la naturale ciclicità della natura e della vita. Il paradigma del progresso, vorremmo dire il fideismo superstizioso che lo circonda va quindi respinto a favore della ciclicità, così come deve essere rifiutato l’assioma della irreversibilità del tempo storico.
La 4TP, ovviamente, non intende propugnare la vita di una passata, inesistente Arcadia, ovvero respingere gli strumenti tecnici e scientifici che l’uomo ha inventato. Il punto, e l’obiettivo, è ricondurli all’originaria funzione strumentale, tenendo presente che è proprio il nostro “esserci” a impegnare l’uomo a immaginare, scoprire, realizzare. In fondo, la più incisiva sentenza resta quella del vangelo di Marco: il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato.

Chiudere con la modernità, improntare la postmodernità

La 4TP non è una semplice, per quanto strutturata, teoria politica, ma ambisce ad essere una visione della vita, una “weltanschauung” [(6)Weltanschauung –ted. Visione generale del mondo. Concetto della filosofia tedesca], una chiave interpretativa e gnoseologica. Condivide alcune caratteristiche del conservatorismo, ad eccezione di quello, ormai del tutto residuale, di ascendenza liberale, ma incorpora istanze e convincimenti dell’eurasiatismo “di sinistra” (nazionalbolscevismo), nonché di svariate declinazioni “sociali” dell’universo antiliberale. In proposito, resta insuperata un pensiero di Nikolaj Berdjaev [(7)Nikolaj Berdajev (1874–1948) Filosofo russo esistenzialista religioso. “Nuovo Medioevo”.“Filosofia dell’ineguaglianza”], fatto proprio da Vladimir Putin: “Il senso del conservatorismo non è ostacolare il movimento in alto o in avanti, ma nell’ostacolare il moto all’indietro e verso il basso, il buio caotico, il ritorno allo stato barbarico.” Un’altra folgorante definizione ci viene dalla Rivoluzione Conservatrice, “Il conservatorismo ha dalla sua parte l’eternità”, (Arthur Moeller Van Den Bruck).
Se modernità ha significato una corsa impetuosa senza una vera direzione e priva di un centro di gravità, va condivisa la tesi che considera il moto accelerato, monotòno nel senso indicato da Bateson, che siamo abituati a chiamare progresso, come un fenomeno dalle troppe ombre, specifico dell’Occidente. L’idea di modernità non ha validità universale, giacché ogni nazione vive i processi storici a suo modo in differenti ritmi e allo stesso tempo in differenti direzioni.
La pretesa occidentale di incarnare il Progresso, il Vero, la Libertà, i Diritti Umani e la Democrazia sono un etnocentrismo mascherato da universalismo. L’adozione dei valori di questa parte del mondo presso tutti i popoli resta un’imposizione, una forma di colonialismo, di razzismo antropologico di cui è protagonista soprattutto lo spirito americano. Questa modernità va dunque rigettata in quanto si oppone alla pluralità, al benefico dispiegarsi delle differenze, alla sopravvivenza stessa delle civiltà, ognuna delle quali ha un suo particolare centro simbolico.
La postmodernità ha iniziato il suo cammino con la critica, la “decostruzione” (Jacques Derrida) [(8)Jacques Derrida (1930–2004) Filosofo francese. Sua è l’idea di “decostruzione” come metodo di analisi] delle certezze della modernità, ma non ha svoltato, né portato a compimento un processo di rielaborazione, di ricomposizione dei pezzi smontati. Questo è il compito di una nuova teoria, che nel frammezzo, negli interstizi di una decadenza rovinosa sappia rivedere prima, ricostruire poi ad una ad una le pietre della cattedrale crollata.

Capitolo IV. Multipolarismo contro unipolarismo

Gli Stati-civiltà

La 4TP contrasta energicamente l’unipolarismo americano-occidentale, cui oppone un multipolarismo basato sulla persistenza di civiltà legate ai “grandi spazi”. Dugin ne identifica otto, diversamente dalle nove individuate dal Samuel Huntington dello Scontro delle Civiltà, ma, non vuole lo scontro, le cui ragioni stanno nella pretesa universale dell’Occidente, fine e culmine della storia (Fukuyama) [(9)Francis Fukuyama (1952-) politigo statunitense. Autore del saggio “La fine della storia”], deciso ad imporre se stesso al mondo in ossequio alla teoria americana del “destino manifesto” di cui sarebbero portatori gli uomini insediatisi nello spazio nordamericano da ogni angolo del mondo, sradicati che estirpano come termiti le radici altrui.
Le otto grandi aree di civilizzazione prospettate da Dugin contengono al proprio interno un numero potenzialmente infinito di sottoculture e di civiltà periferiche e minoritarie. Ciascuna è degna di vivere secondo i propri valori, senza imposizioni, violenze o colonialismi. Non esiste, in principio, una civiltà — “noi”, asseriscono gli americani — ed una barbarie da cancellare sovrapponendovi i paradigmi nostri. Resta insuperata la lezione di Simone Weil [(10)Simone Weil (1909–1941) Filosofa francese “L’enracinement” (La prima radice)], la grande intellettuale ebrea francese nel fondamentale La prima radice: “Il radicamento è forse il bisogno più misconosciuto e più importante dell’anima umano”. In un altro brano la Weil scrive qualcosa che può essere accolto nel Pantheon di una nuova teoria politica: “Un determinato ambiente deve essere influenzato dall’esterno, non per essere arricchito, ma per essere stimolato a rendere più intensa la propria vita. Deve nutrirsi degli apporti esterni soltanto dopo averli assorbiti”. Una grande lezione di libertà e di pluralità.
Le grandi aree sono talora grandissimi Stati che la 4TP chiama “stati-civiltà” non solo per le loro dimensioni, ma in quanto corrispondono a principi spirituali e sociali antichi ed originali, ad esempio l’India e la Cina. Altri rappresentano associazioni di tipo storico culturale o religioso, come i paesi arabo mussulmani e quelli islamici dell’Asia continentale, o la stessa, incompiuta, perplessa Unione Europea.
Non si può prescindere dal grande spazio, ma ne vanno ridefiniti i contorni e le relazioni. Nello “spazio sviluppo” i fattori di somiglianza sono la religione comune, l’etnia, la forma culturale, la vicinanza geografica, l’affinità sociale, il modello politico. Il modello dello Stato nazionale viene messo in discussione non tanto perché obsoleto, ma in quanto i grandi spazi sono un fatto. L’esempio dell’Unione Europea diventa una sorta di paradigma negativo: i popoli che la compongono hanno certamente una comune civiltà, che tuttavia respingono (le radici cristiane, l’idea imperiale, il senso della libertà personale e civica, l’esistenza di leggi naturali iscritte nell’animo umano).
Si sono uniti in un mercato, condividono un’unica moneta, negando evidenti divari economici, ma rifiutano di avere un governo comune, una struttura confederale. Enfatizzano il principio democratico un uomo un voto, ma il metodo resta quello delle oligarchie; sono gelosi della propria sovranità, ma l’hanno ceduta ad organismi non elettivi, e gran parte delle leggi che osservano sono emanate da soggetti estranei, la stessa moneta unica è emessa e controllata da una banca privata cui è stato imposto l’abusivo nome di Banca Centrale Europea.
La stessa identità europea, invero, è geopoliticamente divisa in due parti concorrenti e probabilmente non componibili. C’è un’identità atlantica, rappresentata dalla Gran Bretagna, che guarda agli Stati Uniti e si identifica con la spuria nozione di Occidente. Esiste un secondo spazio intraeuropeo continentale, carolingio, franco tedesco, il cui ruolo dovrebbe essere quello di costruire un futuro di indipendenza, culturale, economica e politica dagli interessi di quell’Occidente dalle troppe pretese.
Quanto ai popoli slavi, sono divisi tra loro dalla storia, dalla geografia, dalle tradizioni religiose; alcuni di essi, quelli che appartennero all’impero austriaco, sono parte integrante del blocco europeo continentale, altri gravitano attorno al grande spazio russo, eurasiatico.

Il liberalismo come unicum

Qualche osservatore potrà ritenere che la critica al liberalismo della 4TP non presenti elementi di originalità o novità. Ciò è in parte vero, ma solo se si trascura un tratto costitutivo di quest’idea, ossia la volontà e la capacità di accogliere in sé idee o principi diversi, purché convergenti nella ricostruzione di una Tradizione. L’idea liberale è del tutto incompatibile con le identità di popoli e culture, promuove l’uscita dell’individuo-monade da ogni cornice comunitaria, lo omologa sino all’idolatria dell’identico, lo libera da ogni dovere o appartenenza per relegarlo a consumatore e produttore, gli conferisce una miriade di diritti individuali che da un lato lo separano dagli altri esseri umani, dall’altro ne fanno un forzato dei desideri e dei capricci che potrà soddisfare solo attraverso il denaro.
Se posizioni di questa natura sono condivise da altre visioni ideali, questo significa che sono fondate e colgono nel segno. La forza del liberalismo è stata sinora quella di fare appello all’individuo, incoraggiandolo a credere esclusivamente nella sua autonoma particolarità. Questo può essere tuttavia visto anche come il punto debole dell’idea, l’aporia di fondo del sistema concettuale. Dugin scrive provocatoriamente “Proponiamo la tesi che ogni identità umana è accettabile e giustificata, tranne quella dell’individuo. L’uomo è tutto, tranne che un individuo” [(11)Alexsandr Dugin (1962-) The fourth politically theory].
Aggiunge, e ne è testimone quotidiano chiunque si scontri con il pensiero dominante anche ai più infimi livelli, che dinanzi a tale affermazione il liberale dismetterà istantaneamente tutta la sua asserita tolleranza, ed i Diritti umani di cui va così fiero saranno accordati a tutti, tranne che a chi osi pronunciare una frase del genere. L’individuo non esiste in quanto, in realtà, è un “dividuo” [(12)Termine introdotto nel libro “Neuroschiavi” M.Della Luna-M. Cioni], lacerato, schizoide, sbattuto da una parte all’altra dalle onde della vita, dai problemi, dai bisogni indotti, dall’incomprensione dell’esistenza del male, dalla solitudine che si è cercata. Per questo l’idea di individuo deve essere abbattuta dal piedistallo in cui l’ha collocato per interesse il liberalismo che sembra di marmo ma è argilla.
Il punto è che noi oggi chiamiamo liberalismo una teoria che non è più tale, giacché, paradossalmente, ma non troppo, si è liberata dalla sua componente politica ed etica per diventare quasi esclusivamente la giustificazione teorica di un’idea economica, il liberismo della privatizzazione di tutto e della depoliticizzazione, dominato dalla componente finanziaria e dalla globalizzazione, interessata ad abolire confini materiali, limiti morali, compagini statali, tradizioni religiose al fine di dilatare il potere del mercato. In cambio, il liberismo offre una particolare sub ideologia, quella dei diritti umani e civili, che sopprimono progressivamente i diritti sociali e quelli comunitari e determinano società “libertarie”, ovvero soggettiviste, ultra individualiste, prive di vincoli e di etica comune e “libertine” per quel moto verso il basso che Berdjaev avvertiva come il pericolo più drammatico della modernità e, sul piano strettamente economico, veniva considerato come esito inevitabile dallo stesso Keynes [(13)John Maynard Keynes (1883–1946) Economista inglese, forse il massimo del Novecento. “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”], che parlava di “spiriti animali” del liberalcapitalismo, da imbrigliare da parte degli Stati e delle nazioni.

Un mondo di reti

La 4TP dovrà approfondire alcuni temi collaterali al liberalismo odierno, ad esempio la distribuzione assolutamente ingiusta dell’accesso alla conoscenza, la circostanza che una società delle reti necessita di una serie di controlli e di governo che non può essere lasciata al mercato (cioè ai giganti privati), ma richiede la presenza attiva di autorità pubbliche legate ai popoli, una profonda ridefinizione dei concetti di scienza e di tecnologia, alle quali devono essere sovraordinate l’etica, il principio di prudenza, il bene comune. Un esperto geopolitico americano, Thomas Barnett, a proposito di reti, sostiene con accenti diversi, le medesime idee di Alain De Benoist: c’è un nucleo forte di connessione, tecnologica, informatica, culturale, dove tutto avviene, ed ampie zone non connesse, o non ancora connesse, che corrispondono, guarda caso, alle nazioni e culture che si oppongono agli Usa. Centro e periferia, solo che egli, a nome dell’Impero americano, afferma la tecnologia come destino, riconoscendo indirettamente di chi sia, e con quali mezzi si dispieghi il dominio globale. L’Esserci significa anche essere consapevoli di costituire il “resto del mondo”, restare attivi, vigili, decisori, ma prima di tutto soggetti morali capaci di distinguere il Bene dal Male.

Libertà

Anche dal liberalismo occorre saper mutuare un valore positivo, ed è l’idea di libertà. La 4TP vuol essere una teoria di assoluta esaltazione delle libertà; libertà senza aggettivi e senza preposizioni (“di”, “da”), rivolta verso qualsiasi obiettivo e direzione. L’enorme differenza con le libertà liberali è che non è mai individuale, ma è libertà della persona, dell’esserci. Si tratta delle libertà che derivano dall’identità, dalla sovranità, dalla cultura, dall’etnocentrismo, dalla cultura e dalla stessa soggettività, eccetto quella dell’individuo sconnesso dal mondo. Un pessimo maestro del XX secolo, Jean Paul Sartre [(14)Jean Paul Sartre (105–1980) Filosofo francese. Esistenzialista, ateo e marxista “La nausea”. “L’essere e il nulla”], ha condotto il pensiero europeo ad una sconsolante conclusione: L’uomo, come individuo, è una prigione senza mura. Quale triste esito per il superbo individuo libero e liberato, definire se stesso un carcere!
La libertà è sempre imbevuta di caos, e, posta nell’angusta cornice individuale, resta fittizia e minima. Il rovescio della medaglia è la spinta ad essere “come tutti gli altri”, a detestare le grandi avventure rischiose, a tollerare (il verbo che più definisce il gretto orizzonte individualista) solo creature piccole, minimaliste. Il risultato è la risibile libertà di scegliere i canali televisivi preferiti e quella di acquistare a credito i prodotti delle marche alla moda. Una precisa riproduzione di Homunculus, la creatura artificiale dell’alchimia di Paracelso e del secondo Faust di Goethe [(15)Faust di Wolfgang Goethe. Poema in versi due libri, considerato il vertice della letteratura tedesca]. Il libero arbitrio cristiano consiste nella possibilità offerta a tutti gli uomini di volgersi al bene senza costrizione. Forse serve la libertà di dire no alla libertà.
Dugin fa un esempio assai serio, nonostante l’apparente leggerezza del tema. Il mondo odierno ci mette alle strette con una domanda la cui risposta è ovvia: volete fare a meno della lavatrice? Pare che l’argomento vincente sia la lavatrice; tutti, naturalmente, la vogliono, insieme con tanti altri oggetti. Eppure, la vita è possibile, lo è stata per millenni, senza lavatrice, e neppure Leonardo da Vinci ne ha progettata una. L’argomento liberale è terribile, nella sua consequenzialità, quasi un sillogismo: la vita è peggiore senza lavatrice, dunque la vita è una lavatrice. Sta tutta lì la seduzione dell’argomento liberale, ma non si può non scorgervi il piglio totalitario.

Capitolo V. Il mondo delle idee

Conservatori?

Il conservatore, negando la positività ed irreversibilità dei fenomeni, in fin dei conti, non fa altro che dire no a ciò che vede e lo circonda, nel nome di una radicata convinzione avversa al mutamento. Perché la vita, infine, non è una lavatrice.
Pure, persiste una radicale distinzione tra l’atteggiamento conservatore e quello tradizionalista. Il conservatore constata delle criticità, rileva degli errori, verifica una discesa, ma, quando non si limita a deprecare, il suo impegno è volto a contenere, rimandare il peggio, richiamare, ammonire. Il rappresentante più tipico della categoria è forse Edmund Burke [(1)Edmund Burke (1729–1797) Uomo politico inglese. “Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia”] il liberale inglese che insorse contro la Rivoluzione francese senza attaccarne sino in fondo le ragioni profonde. Il tradizionalista ha una visione del mondo assai diversa: egli afferma che esiste un processo oggettivo di degradazione del mondo, il cui picco è stato la modernità.
La sua riflessione si spinge sino al cuore dei fatti: perché principi come gerarchia, ordine morale, Dio, il sacro, da un certo momento si sono trasformati nel loro opposto? Il mondo di ieri, caro al conservatore, era davvero così idilliaco e degno di essere mantenuto? La 4TP, rispondendo al quesito, fa proprio l’imperativo di Moeller Van Den Bruck: “I primi conservatori hanno tentato di fermare la rivoluzione, noi dobbiamo guidarla”. L’attualità è repellente, ma dobbiamo viverla, passarci attraverso fino a trascinarla verso la sua stessa fine. Non è diverso il concetto evoliano di Cavalcare la Tigre, una volta esplorate le rovine della modernità contro cui insorgere. E’ un cammino impervio, insidioso, lungo una superficie così lucida da essere accecante, una robusta lastra di ghiaccio da attraversare e contemporaneamente rompere senza annegare, un acrobatico “cammino del cinabro”. Come ha dimostrato l’arte sconnessa, scentrata della modernità, il ghiaccio ha prodotto nichilismo, tendenze suicide (surrealismo, dadaismo), peraltro già intuite da Dostoevskij nel tragico personaggio di Kirillov nei Demoni.

Un’antropologia del tempo.

Il Dasein, l’ Esserci, essere-qui-ora, richiede di definire una dimensione del tempo, oltreché dello spazio. Siamo situati, gettati in un’epoca e non in un’altra. Dugin distingue tre fasi, una è l’immediato, relativo al presente (c’è-non c’è). La seconda, che chiama il documentario, attiene al passato (c’era-non c’era), mentre la terza, molto interessante, è il “probabilistico”: ci sarà, non ci sarà), riferito al futuro. Un’idea molto particolare, poiché il futuro non c’è ancora, dunque manca di “essere”, e di esso non è dato sapere nulla, se non in termini di probabilità.
L’idea di tempo deve essere indagata attraverso il metodo della fenomenologia di Husserl, che proponeva un paragone con la musica: la nota che ascoltiamo (il presente) non è “la musica”, che è qualcosa di complessivo e diverso, formata com’è dalla sequenza delle note passate che svaniscono una ad una.
“Il [loro] risuonare persiste nella mia coscienza e dà alla musica il suo senso estetico. Il passato è presente nel presente”. Il futuro, pertanto, è “risonanza del presente”, lo viviamo già adesso, “mentre suoniamo le note della melodia della vita”(2).
Evidente è la lontananza da ogni materialismo di considerazioni siffatte, insieme con un’idea organica, olistica, del tutto, unita ad una concretezza che radica l’Esserci nel tempo, oltreché nello spazio. IL futuro, per questa via, diventa una funzione sociale. Solo l’umano concepisce il futuro, non gli oggetti, a cominciare dalle macchine che ci stanno sostituendo persino nel pensare. E’ il tempo a renderci ciò che siamo, tanto da diventare la massima identità dell’uomo. E’ qui ben netta la contrapposizione al liberalismo americanizzante e globale, che pretende di unificare lo spazio ed azzerare il tempo, concepito come una sequenza puntiforme di attimi del presente, simili ai singoli colpi di pennello dei dipinti pointillistes, immediatamente superati, fagocitati, annullati dall’attimo successivo, senza produrre l’immagine generale e l’effetto del quadro.
Non esiste una irreversibilità o unidirezionalità del tempo storico, né c’è un’ipotetica linea che avanza verso l’infinitoLa 4TP vive nella post modernità, è una teoria antimoderna, e fa sua una singolare intuizione dell’antropologo francese Bruno Latour, non siamo mai stati contemporanei, espressa a proposito di una sua convinzione, secondo cui i popoli antichi, a differenza nostra, non facevano distinzione tra società “storica” e mondo della natura. La globalizzazione non equivale solo alla fine della storia, ma anche alla morte del tempo. Universalismo, distopia del “futuro comune” significa che non sopravvivrà alcuna storia particolare, con la logica abolizione del futuro e della storia, sino a cristallizzare il tutto in un presente ossificato. Questo cancella la soggettività trascendentale, ovvero la tensione della persona viva, esistente, al pensiero complesso, alla domande di senso, al riconoscimento reciproco di Sé e dell’Altro. Fuori dall’uomo, fuori dall’Esserci, in una confusa trans-individualità. Il baccano, la mescolanza, la baraonda di una discoteca è, un’ottima metafora: vi si agitano figure scomposte, incerte, di cui è difficile distinguere il sesso, dall’apparenza e dalle mosse indefinite, poiché non ci si muove, ma si viene mossi dall’onda, il tutto tra luci accecanti o oscurità improvvise, al ritmo di musiche di cui non si percepisce precisamente l’inizio e la fine.

Tempo e spazio geografico

Non vi è, tuttavia, nella 4TP, un’unica concezione del tempo. Dugin ne elenca quattro: esiste un tempo circolare, basato sull’eterno ritorno dell’uguale, e qui chiaro è il debito nei confronti di Nietzsche; c’è una concezione tradizionale, in cui è il modello del passato a disegnare il presente ed a ipotecare il futuro; c’è un tempo messianico, la cui vita è l’attesa del futuro ed infine un tempo materiale, lineare, costruito sul mondo fisico ed interrotto dalla morte del soggetto che misura. Analogamente, ogni società ha una propria concezione della storia, talché non si può immaginare, tantomeno volere un futuro identico per l’umanità. Ad un mondo eterogeneo, ricchezza e meraviglia della nostra specie, non si può rispondere con l’identico, l’omologato, con la livella dei materialismi comunisti o liberali. Se c’è un centro di gravità permanente, per usare un sintagma tratto dalla musica di Franco Battiato, quello è la geografia. Ogni popolo, ciascuna etnia e cultura condivide con tutte le altre una stretta relazione con lo spazio fisico territoriale in cui si è manifestata e vive, declinata in altrettante forme. Lì, e solo lì, si dispiega tutta la forza e la potenzialità dell’esserci, solo in quel certo spazio-sviluppo persone e popolazioni nuotano come pesci nell’acqua.
Di qui l’assoluta contrarietà all’idea astratta di uguaglianza, che, nella geopolitica si converte inevitabilmente in dominio di qualcuno su qualcun altro, imperialismo, unipolarismo. La civiltà occidentale risulta macchiata dalla volontà faustiana di porsi al di sopra delle altre, di stilare graduatorie, di considerarsi universalmente valida, di giudicare tutto e tutti sulla base di un imbarazzante criterio: avanti, o indietro, rispetto al proprio modello, postulato come insuperabile.
Eppure, scienze umane fondate proprio da occidentali, come l’antropologia, la sociologia, la stessa analisi strutturalista hanno confutato tale convincimento che, con Lévi-Bruhl [(3)Lucien Lévi-Bruhl (1857–1939). Antropologo francese. “La morale e la scienza dei costumi] era arrivato a teorizzare una supposta mentalità primitiva, definendo “prelogiche” le modalità di pensiero e di stabilire relazioni tra le raffigurazioni della realtà formulate da popoli mai entrati in contatto con gli uomini “civilizzati”. Lo stesso illuminismo, in verità, aveva aperto la via ad un pensiero che screditava qualunque rappresentazione della realtà non basata sull’imperio della ragione, intesa come fiducia assoluta e totalitaria nei sensi, nel tangibile, nel commensurabile.
In qualche misura paranoico ed insieme narcisista, l’Occidente non accetta di considerare se stesso come un fenomeno importante, sì, ma in fondo locale, esattamente come ogni altra civiltà apparsa nel tempo e nello spazio sulla scena planetaria. Il nostro non è un universo, ma un pluri-verso, ed in tal senso, per la 4TP, la globalizzazione è la morte del tempo in quanto si considera fine della storia. Non sa accettare la possibilità della guerra, che si alternerà e susseguirà alla pace sinché l’uomo esisterà.

Imperium

Il concetto di Impero è estremamente importante, nella costruzione culturale della 4TP. Abbiamo intitolato il paragrafo imperium, in latino, per esprimerne la forza antica nonché per rilevare che si tratta di un’idea che ha accompagnato, attraversato dall’interno numerose civiltà. Roma tendeva ad integrare, a fornire un diritto, uno “ius” pubblico e privato, ma era estremamente libera nel riconoscere le religioni, le usanze, i modi di vita dei popoli che assoggettava. L’impero, in Europa, passò poi al mondo franco e germanico, chiudendo la sua storia quasi millenaria solo al tempo di Napoleone, l’esportatore della rivoluzione borghese e del suo nuovo diritto, il codice che porta il suo nome, ma insieme portatore di un’altra concezione di impero. Nell’Europa sudorientale, impero fu l’oriente di Costantinopoli, la seconda Roma del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, e poi, caduta Bisanzio tra trame politiche e sofismi culturali, si costituì in impero il mondo turco ottomano. Ad oriente, la Russia, che chiamò Cesare (Zar) il suo imperatore e si volle considerare terza Roma. L’impero non è necessariamente autocratico o dispotico (in questo dissentiamo da Von Wittfogel [(4)Karl A. Von Wittfogel (1896–1988) sociologo tedesco. E’ noto per la sua teoria idraulica ne “Il dispotismo asiatico”] e dalla sua “teoria idraulica ”), ma ha due caratteristiche in assenze delle quali tale non è: il grande spazio, un territorio vasto e necessariamente composito, e il convincimento di essere investito di una missione.
Per quanto concerne la prima caratteristica, è evidente che l’anima russa ed eurasiatica vive il suo rapporto con lo spazio territoriale in maniera assai differente dagli europei: là ci sono gli spazi immensi, una sorta di infinito sulla Terra, qui in un pezzetto di Europa, a sua volta una propaggine peninsulare dell’enorme massa continentale asiatica si sono accalcati popoli diversissimi, si parlano decine di lingue, si praticano varianti complesse di distinte religioni, si hanno credenze, abitudini, stili di vita, condizioni climatiche di ogni tipo. Ciononostante, come gli alberi hanno le radici e gli animali un habitat, gli uomini hanno bisogno di una casa, di un paesaggio da amare, di un panorama che si imprime nel cuore e nella retina, e diventa, irrevocabilmente, il proprio. A differenza dei nuovi nomadi dell’iperclasse dominante a loro agio nei non luoghi [(5)Nonluogo. Neologismo coniato dall’antropologo francese Marc Augé(1935-) per designare quegli spazi comuni caratterizzati dall’uniformità. es. aeroporti, svincoli autostradali] e nelle megalopoli della presente civilizzazione, gran parte degli esseri umani ha bisogno di un luogo dell’anima, di una Patria. Quella Patria è anche un territorio, un luogo fisico, e la 4TP lo afferma con assoluta convinzione. Dugin cita quasi con devozione un articolo apparso nel 1921, di Nikolay Ustrialov, sostenitore dei Bianchi nella guerra civile dei primi anni Venti, esule e poi ucciso nelle purghe staliniste, colui che portò in Russia il termine nazional-bolscevismo, mutuato dal tedesco Ernst Niekisch, altra figura “di frontiera” tra rivoluzione conservatrice e comunismo “nazionale”: “Si sbaglia di grosso chi ritiene il territorio un elemento morto dello Stato, indifferente alla sua anima. (…) Proprio il territorio è la parte più essenziale e preziosa dell’anima statale, nonostante il suo apparente carattere grossolanamente fisico”.
Parole da rimeditare, nell’epoca del virtuale, del tempo reale, della dematerializzazione perfino del denaro, delle decisioni affidate ai computer, di una tecnologia che azzera lo spazio, dirigendo tutti da “remoto”. Occorre un ritorno al reale, come proclamava il filosofo contadino Gustave Thibon, a quella terra patria che il giovanissimo comandante vandeano Charette descrisse, di fronte ai tronfi intellettuali giacobini, come quella cosa che “noi sentiamo sotto i nostri piedi”.
Un impero ha una missione che trascende tempo e spazio, e oltrepassa gli uomini e le donne che la incarnano. Per i Romani e l’orda di Gengis Khan si trattò di una missione civile, per i Persiani culturale, mentre il Califfato, la stessa Russia, Bisanzio e in larga misura l’Austria-Ungheria espressero una tensione religiosa. Più di recente, sono sorti imperi ideologici, come l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. Differente fu la natura dell’Impero britannico, la cui missione è rimasta riservata per alcuni secoli, nota solo a cerchie d’élite quali la Royal Society, ed è stata rivelata da Aldous Huxley (6): impero della mente. Attraverso istituzioni specifiche, la più nota delle quali è il famigerato Tavistock Institute, la “gentry” inglese ha costruito una forma mentis atta a perpetuare il suo dominio, un senso comune internazionale favorevole al libero commercio. Gli Stati Uniti hanno ereditato, perfezionandolo con le nuove scienze e con le tecniche di condizionamento, il metodo dei loro antichi genitori, ed ora sono pressoché proprietari del pensiero e delle opinioni di centinaia di milioni di uomini e donne.
L’Unione Europea è definita, suggestivamente da Dugin l’Impero incerto, una specie di Amleto della storia e della geopolitica, in quanto non sa decidere se ha una sua idea del mondo e di se stessa, se il suo scopo è meramente economico, un ‘area di libero scambio depoliticizzata e governata di fatto da banchieri e da proconsoli dell’impero ideologico liberale americano, ovvero se l’unione è solo una risposta contingente all’esigenza dei grandi spazi.
La Russia, al contrario, può e deve recuperare una sua dimensione imperiale, contrapponendosi in maniera decisa al millenarismo americano liberalcapitalista, recuperando il suo storico rapporto ad Est con i popoli turanici che le sono stati sottratti dopo la tempesta di fine comunismo e con l’estremo oriente cinese che volge la testa verso il mondo per la prima volta in quasi tre millenni di presenza storica; a sud con il Vicino Oriente, culla delle civiltà e gran serbatoio di combustibili fossili; infine, ed è quanto più qui interessa, volgendo lo sguardo ad Ovest, al suo “limes” europeo.
In questi anni, e con più vigore dal 2013 e dallo storico discorso di Valdai di Vladimir Putin, in cui ha attaccato l’unipolarismo occidentale ed americano tanto sul versante politico economico che su quello, delicatissimo, culturale e valoriale, la Russia e la “russitudine” ortodossa si candidano a punto di riferimento per milioni di europei scontenti, esasperati dalle derive oligarchiche economiche e finanziarie, mortificati dal modello massificante americano, impoveriti dalla prassi sociale liberale, sconcertati da inedite idee sulla famiglia, la religione, la sessualità, i sedicenti nuovi diritti civili che disegnano una antropologia negativa, attraverso violente campagne fornite di inesauribili risorse economiche e mediatiche e legislazioni che destano in molti autentico orrore.
La Russia, il mondo slavo ortodosso, l’Eurasia, possono essere alleati di una parte consistente dell’Europa, come sperava la Rivoluzione Conservatrice negli anni tra le due guerre, in una guerra insieme morale, civile, di modelli economici ed esistenziali. Questo è essere “imperium”, e passerà, necessariamente, per una diversa definizione degli Stati nazionali, della stessa Unione Europea, in una prospettiva non federale, ma confederale: unire libere diversità che aspirano a rimanere tali e, ove necessario, a ritornare del tutto autonome ed indipendenti. La sfida è, come accennato, promuovere un fronte di diversi, se vogliamo un fronte inter-nazionale alternativo all’imperialismo mondialista, unipolare, esportatore forzoso dell’inganno universalista costruito attorno alla mistica dei diritti umani, la cui prima enunciazione avvenne al tempo della Rivoluzione francese, che sacralizzò la nazione e proclamò i Diritti dell’uomo e del cittadino, il 26 agosto del 1789, dando inizio ad una stagione di massacri tra gli oppositori refrattari, ma, per la prima volta nella storia, nel segno del Bene, del Giusto e del Vero. Nel 1948, a guerra finita, si replicò, stavolta sotto l’egida dell’organizzazione più mondialista ed unipolare della storia, l’ONU, con una nuova dichiarazione, non a caso sottoscritta a Parigi, che parla di diritti “universali”. Non impero, ma dominio totalitario; per il nostro bene, che asseriscono di conoscere assai meglio dei popoli, delle nazioni, delle religioni, della saggezza che viene dai millenni.

Un modello soffocante.

Il mondo non deve uniformarsi ad un unico modello geopolitico. Nessuno Stato, nessun Impero può esprimere controllo e dominio su ogni spazio dell’esistenza. Non sono ammissibili gerarchie tra società e modelli culturali diversi. La 4TP, forte di queste convinzioni, si propone, nell’ambito della scelta eurasiatica, di recuperare gli spazi di ogni cultura, la pluralità delle tradizioni, ristabilire il legame spezzato con la propria terra, ponendo fine alla sradicamento generalizzato perseguito dal mondialismo e dall’alta finanza, anche attraverso lo spostamento forzato di imponenti masse umane. Il vero nemico di ogni popolo, quindi dell’umanità tutta, è chi vuol distruggere la sua anima, estirparne le tradizioni civiche e religiose, recidere ogni residuo identitario.
Martin Heidegger chiamò “perdita di mondo” il progetto generale di chi trasforma il mondo stabilendo condizioni esistenziali precarie, flessibili, nomadi, liquide, nel lessico sociologico di Zygmunt Bauman [(7)Zygmunt Bauman. (1925–2017) sociologo polacco americano. “Modernità liquida”]. Angoscia, paura, spaesamento avvolgono milioni, miliardi di esseri umani. Attraverso la globalizzazione e la delocalizzazione industriale, viene superata la divisione produttiva del lavoro. Si dissolve la stessa identità economica dei paesi, i loro specifici saperi, l’ antica cultura materiale.
La risposta deve essere globale, una nuova teoria generale della vita deve esprimere un proprio modello socio-economico. La 4TP, nel respingere la demonia dell’apparato economico di mercato, propone un modello misto in cui le economie che si evolvono a un ritmo differente possano, in funzione delle tradizioni locali, combinare il mercato con altre forme di artigianato, di cooperativismo, di comunitarismo solidale, non collettivista, né deresponsabilizzato.
La parola chiave è autonomia: delle persone, dei corpi intermedi, delle comunità locali, delle corporazioni professionali, degli enti territoriali. Peraltro, anche il conservatorismo americano classico, da Calhoun agli agrari, sino a Russell Kirk ed a Santayana (“chi dimentica il passato è condannato a ripeterlo”) nella sua forma fusionista ha sempre insistito sulla necessità di diffondere l’autonomia personale ed economica e la proprietà al massimo numero di persone, al fine di creare uno spirito civico e dilatare il principio di responsabilità. In Russia, alfiere di tale visione fu Piotr Stolypin [(8)Piotr Stolypin (1862–1911) uomo politico russo. Primo ministro dopo la prima Rivoluzione (1905), è considerato il maggiore riferimento di V. Putin], primo ministro zarista ucciso da un attivista ebreo, probabilmente legato ai fuorusciti comunisti, la cui riforma agraria, tesa a diffondere la proprietà contadina per favorire la formazione di un ceto medio, ed i cui progetti di rafforzamento e modernizzazione del debole sistema industriale furono interrotti dal suo assassinio, operazione politica che ha cambiato il corso della storia internazionale.

Sovranità

Se l’identità è la madre ed il tesoro di ogni popolo, se la comunità ne è l’espressione e un sistema sociale equo la garanzia di consenso nonché l’evidenza che non si può amare la propria gente senza volere per tutti e per ciascuno giustizia e benessere, la sovranità è la cornice di questo quadro ideale. Nondimeno, i globalisti ci insegnano che la competizione mondiale in cui ci hanno precipitati è fondata sulla universalizzazione delle libertà liberali: libera circolazione dei capitali (l’unica che davvero li interessi), delle merci, dei servizi e, naturalmente, degli uomini, cioè degli individui, zingari obbligati senza carovana del XXI secolo. Tali libertà dipendono dall’istituzione ed osservanza di regole uniche, uguali per tutti, a determinare e sorvegliare le quali devono essere organismi sovra e transnazionali. Peccato che tali organismi, Organizzazione Mondiale del Commercio, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, banche centrali, la stessa ONU, siano controllate dai vertici mondialisti. Si perviene quindi all’assurdo logico che la libertà risiede nella dipendenza! Verità è menzogna, pace è guerra, ignoranza è forza. George Orwell c’era arrivato già nel 1948 [(9)George Orwell (1903–1950) scrittore inglese, autore di “1984” e “la fattoria degli animali”].
La sovranità viene espropriata, sequestrata ed attribuita di fatto a questi nuovi soggetti, che costituiscono il braccio operativo di quel “terzo livello” di potere di cui diremo. Nel progetto della 4TP, il portatore della sovranità è l’Impero, i proprietari tutti i popoli in esso confederati. Le decisioni strategiche — pensiamo alle risorse energetiche, ad infrastrutture come le reti informatiche e di comunicazione, la rappresentanza nei confronti delle grandi entità statali ed internazionali — saranno attribuite al centro, tutto il resto, davvero tutto il resto alle comunità. Multipolari all’esterno, plurali all’interno. L’Europa è un polo in sé, e la tensione morale suscitata da uomini come Jean Thiriart per un continente unito dall’Atlantico a Vladivostok possiede un evidente valore morale, è un indizio di “passionarietà”. Tuttavia, Europa e mondo russo restano due soggetti distinti, che condividono però un destino geopolitico e strategico. Possono, probabilmente devono diventare un unico grande spazio, caratterizzato da due poli, due “luoghi sviluppo”. La condizione preliminare è liberarsi, da parte europea, della soggezione nei confronti degli Stati Uniti.
Purtroppo, a dimostrazione che la seconda guerra mondiale è stata perduta da tutta l’Europa, non solo dall’Asse, la nostra dipendenza dall’altra sponda dell’Atlantico, l’impero autoproclamato benevolo, è diventata potente colonizzazione culturale e financo linguistica, e persistente protettorato militare. Non solo non esiste un esercito europeo, non solo non c’è una politica estera coordinata delle nostre nazioni, ma l’Europa non è neppure in grado di schierare forze armate e mezzi in grado di assicurare la difesa del territorio. Tutto ciò pur in presenza di conoscenze tecnologiche e strutture industriali in grado di produrre in casa gli arsenali che gli immensi interessi d’oltreoceano ci impongono.
La situazione non è diversa rispetto alle altre sovranità: pensiamo ai monopoli farmaceutici, chimici, all’agricoltura, alla politica monetaria. A qualunque livello, la sovranità non è nelle nostre mani. La sua ricostruzione, secondo la 4TP, passerà necessariamente da un salto di paradigma culturale. L’enigma, e l’immenso problema è che il cambio di passo, lo scarto nel corso degli eventi difficilmente matura senza un’identità, una direzione e senza quell’atto titanico di volontà passionale che vietano i materialismi e la decadenza morale. I grandi eventi, i tornanti della storia, nondimeno, possono esplodere in qualsiasi momento. I cambiamenti rapidissimi e drammatici che un europeo non più che sessantenne ha già sperimentato (il Sessantotto, la crisi energetica, la scomparsa della religione tradizionale, la fine del comunismo, la globalizzazione liberale, l’irruzione della Cina, l’islamismo risorgente, l’immigrazione di massa) dimostrano che altri terremoti avverranno, altri brusche impennate della vicenda umana si avvicinano. A livello filosofico, Heidegger parlava di “ereignis” i grandi eventi che si donano all’Essere e lo modificano.
Più semplicemente, il recupero di sovranità, che significa poi comandare su se stessi e nella propria casa, è l’evento che non va atteso, bensì preparato, progettato, conquistato. E’ l’obiettivo finale della nuova teoria politica, è anche il senso ultimo del “dasein”, poiché l’ esserci, l’esistenza non hanno significato alcuno se non entro comunità libere.

Capitolo VI. Il modello della 4TP

La confutazione dell’economia liberale

Un unico mercato, un unico modello economico, un’unica società civile modellata sulla competizione e sull’individuo portatore di meri interessi materiali, tanto che i vizi pubblici diventano pubbliche virtù, la svalutazione del potere pubblico, l’indebolimento degli Stati. Contro l’unico, che si converte in identico nell’economia di scala, la 4TP schiera un arsenale nutrito e di grande impatto emotivo. La teoria è definitivamente avversa al comunismo reale per la violenza intrinseca, il materialismo, il burocratismo e la sua parentela stretta con il liberalismo nella distruzione delle differenze e nel soffocamento delle libertà. Più esplicito e sfacciato il moloch rosso, sfumata, sfuggente, ben più pervasiva l’astuta prassi liberale, allenata a solleticare gusti ed istinti delle masse quanto più enfatizza l’emancipazione individuale.
Alexsandr Dugin, la cui vasta cultura spazia in ampie aree della conoscenza, ha tenuto corsi universitari sulla figura di un grande economista che non gode di buona accoglienza nei manuali universitari e presso gli economisti alla moda, sia quelli legati alla scuola viennese, sia tra gli adepti dell’indirizzo monetarista di Chicago, poco letto anche dai keynesiani. Si tratta di Friedrich List [(10)Friedrich List (1789–1846).Economista tedesco. “Il sistema nazionale di economia politica”], tedesco, fautore e regista della Zollverein, l’unione doganale tedesca, reduce, come Tocqueville, da un lungo soggiorno americano che ne orientò il pensiero. Avversario di Adam Smith [(11)Adam Smith (1723–1790) Economista scozzese, considerato il fondatore dell’economia liberale. “Ricerca sopra la natura e la causa della ricchezza delle nazioni”], egli dimostrò che la nascita stessa degli Stati Uniti è una confutazione delle teorie dello scozzese. Infatti, se fosse vero che ogni nazione, ogni individuo deve comprare liberamente le merci dove esse sono disponibili al prezzo più basso, le colonie americane non avrebbero dovuto ribellarsi all’Inghilterra, che invece pretendeva di esportare liberamente, ma impediva la nascita di una manifattura americana, controllava il sistema finanziario e l’emissione della moneta.
Alexander Hamilton [(12)Alexander Hamilton (1755–1804). Uomo politico americano, tra i protagonisti dell’indipendenza Usa, di orientamento federalista] fondò la Banca Nazionale americana nel 1791, di proprietà pubblica, incaricata di battere moneta nella misura necessaria alla domanda delle forze produttive. Già vent’anni dopo, la banca dovette chiudere per le pressioni dei latifondisti appoggiate dai banchieri privati. Che cosa sia diventato il mondo dopo la privatizzazione dell’emissione monetaria è sotto gli occhi di tutti, ed è oggi oggetto di dure confutazioni, dalla teoria della moneta credito di Giacinto Auriti, [(13)Giacinto Auriti (1923–2006). Giurista ed economista italiano. Fondatore della teoria della proprietà popolare della moneta] ai neokeynesiani della Modern Money Theory.

Un modello flessibile e misto

La 4TP non ha un suo modello economico sociale unico, in ossequio al pluralismo culturale e nel rispetto delle preferenze ed esigenze di ciascun popolo; nel pensiero di List e del russo Stolypin è facile rintracciare, a contrariis le linee generali di un’accanita opposizione al liberismo. Lo Stato era visto da Smith come un ostacolo, ed il protezionismo, ovvero la salvaguardia delle produzioni nazionali, una pura follia, mentre la storia, e soprattutto il comportamento reale della potenza dominante (ieri la Gran Bretagna, oggi gli Usa) dimostrano il contrario.
L’altro tema su cui List osteggiò l’economia liberale classica fu quello del giudizio su lavoro e capitale. Non serve essere comunisti per affermare che il lavoro non è una merce da compravendere al minor prezzo, come continua ad avvenire con gli esiti disgustosi che vediamo. List non solo considerava il lavoro come forza produttiva autonoma, ma introdusse la nozione di “capitale della mente”, riferito alle conoscenze ed alla cultura di chi lavora, prodotto delle condizioni morali e sociali della nazione, oltreché dalle specificità territoriali. List scoprì al tempo di Marx e della seconda rivoluzione industriale (la prima per la sua Germania) ciò che oggi è sotto gli occhi di tutti, fuorché del potere unipolare: “Nelle condizioni attuali del mondo l’effetto di un libero commercio globale non porterebbe ad una libera repubblica universale, ma, al contrario, la soggezione delle nazioni meno avanzate sotto la supremazia della potenza dominante. Il mercato unico può essere realizzato solo fra le nazioni che hanno raggiunto un livello pressappoco uguale di industria e di civilizzazione, di civiltà politica e di potenza”. [(14)F. List. “Il sistema nazionale di economia politica”]
Con questo sono serviti l’Unione Europea ed il mondialismo liberista, al quale va contrapposto un modello misto, in cui il mercato sia bilanciato, integrato da forme di proprietà comune, di socialismo, di solidarismo o cooperativismo, senza ricadere nel collettivismo o nell’ostilità all’impresa, strumento di promozione individuale e sociale, di innovazione e di creatività, che deve essere indirizzato al bene comune. Principi di questo tipo sono presenti nel socialismo, quanto nel primo liberalismo e nei fascismi. Sono fonti di ispirazione non dogmatica, che ogni popolo potrà integrare con le proprie specificità, climatiche, storiche ed i principi morali della comunità.

Un pensiero complesso.

L’eurasiatismo è la cornice iniziale della 4TP. Tra le caratteristiche che la differenziano dal nazionalismo classico, dal populismo estremo e dal conservatorismo almeno tre sono imprescindibili: l’eclettismo culturale, che consente di accogliere apporti e stimoli provenienti dai più diversi ambiti; la lontananza da posizioni razziste, giacché riconosce come naturali e legittime le differenze tra i popoli; una certa diffidenza nei confronti del nazionalismo, visto come uno degli aspetti di quel processo di democratizzazione liberale che già da molto tempo lavora per la distruzione dei diversi ambiti culturali dell’Occidente. E’ una visione difficile da accettare per i cuori degli europei, ma ha una sua coerenza strutturale e deve essere colta nell’ambito di una teoria organica, complessa, che parla, come detto, di “imperium” con la stessa energia con la quale difende le ragioni dei popoli, delle etnie, delle nazioni.
Konstantin Leontiev, slavofilo, lo sosteneva già nel 1875, quando l’Europa era un ribollire di nazionalismi: “Eguaglianza di persone, eguaglianza di classi, eguaglianza (cioè uniformità) di province e di nazioni: si tratta sempre dello stesso processo”. Lo stesso Leontiev fu forse il primo ad intuire il ruolo messianico e distruttivo che avrebbero avuto gli Stati Uniti, definendoli “la Cartagine dei tempi moderni”. A ben vedere, il nazionalismo, come comprese anche Karl Marx, fu, sull’onda della Rivoluzione Francese e dei fatti del 1848, uno strumento della grande borghesia industriale e finanziaria, per aprire ed allargare i mercati, frenati da protezionismi, dazi doganali, consuetudini.
La legge Le Chapelier del 1791, in piena Rivoluzione Francese, sferrò un radicale attacco alle formazioni e agli enti intermedi fra Stato e cittadino, sopprimendo corporazioni, società benefiche ed educative, organizzazioni di lavoratori, società artigiane, organizzazioni politiche e di fatto, sconvolgendo l’assetto della comunità, il sistema delle fonti normative e contrastando la legittimità di ogni diritto diverso dalla norma statuale. La Zollverein tedesca del 1838 fu il primo, decisivo elemento per l’unificazione della Germania, realizzata poi dalla Prussia di Bismarck.
La stessa unità nazionale italiana è figlia da un lato della diffusione delle idee liberali tra le élite delle varie regioni e città, ma sul piano pratico e militare non sarebbe stata possibile senza il decisivo apporto degli interessi inglesi, cui premeva sottrarre il controllo del mediterraneo centromeridionale al Regno Duosiciliano e, contemporaneamente, fare dell’Italia un mercato aperto alle loro esportazioni ed alle istituzioni finanziare imperiali. Non a caso, l’oro del Banco di Napoli sottratto dai piemontesi prese la via di Londra e Parigi, pagò il debito della politica di potenza del regno sardo e finanziò la rete ferroviaria e la nascente industria del Settentrione.

No ai nazionalismi

I moderni nazionalismi si sono dimostrati uno strumento nelle mani dell’imperialismo globale americanocentrico, democratico liberale, ma soprattutto tecno mercantile. Nessuno Stato Nazione, tanto meno quelli del nostro continente ingabbiati nella soffocante Unione Europea, ha la forza di contrastare l’iperpotenza che agisce a livello planetario. Strumentalizzati e miopi, con lo sguardo puntato esclusivamente sui vicini, i nazionalismi insorgono contro altri nazionalismi, di livello più alto o più basso, convertendosi nei migliori alleati del nemico comune. Divide et impera, mentre popoli ed etnie si azzuffano come si beccavano i capponi di Renzo destinati alla cucina dell’avvocato Azzeccagarbugli.
Suscitare o fomentare contrapposizioni etniche, locali o nazionaliste è lo strumento migliore in mano al mondialismo liberista americano per prevenire l’ alleanza dei popoli contro di loro. Di fatto, il nazionalismo estremo lavora contro il popolo che esalta. Spesso, inoltre, le forze nazionaliste sono mosse da semplice xenofobia o da incultura.
Chi consulti i manuali di storia in uso nelle scuole della Catalogna scoprirà un florilegio di rancori anti spagnoli che sbocca in autentica falsificazione di almeno dieci secoli. Del pari, il nazionalismo centralista francese represse con violenza lingue e specificità di una parte importante dei popoli transalpini, arrivando ad invitare gli insegnanti a sputare in bocca ai bimbi bretoni che si esprimevano nella loro lingua. Nell’Europa balcanica, contrapposti odi nazionali hanno determinato tragedie infinite, massacri ed instabilità territoriale. Negli ultimi trent’anni, a soffiare sul fuoco sono stati due alleati di fatto, gli Stati Uniti — spalleggiati dagli stolti camerieri europei — e l’islamismo, con la partecipazione entusiasta della criminalità: Kossovo, Macedonia, Bosnia, Georgia, da ultimo l’Ucraina ne sono la prova.

Stati, popoli nazioni contro il modello unico.

Le convinzioni esposte non significano che la 4TP propugni la fine degli Stati nazionali, molti dei quali hanno storie secolari o persino millenarie, ma intendono distinguere patriottismo da nazionalismo ed ancor più aspirano a formulare una strategia multipolare: etnie, regioni, popoli Stati, uniti nel grande spazio-sviluppo comune contro le imposizioni del modello unico, oggi liberalcapitalista, domani potrebbe essere un altro, ma sempre dovrà essere combattuto in nome della diversità.
Una considerazione: il modello globalista dell’economia di scala mette in pericolo, tra l’altro, la biodiversità, ovvero la continuità di un numero immenso di specie vegetali ed animali, di interi habitat territoriali. Si levano giuste proteste da parte di ampi settori dell’opinione pubblica, ma non si registra analoga insorgenza contro la distruzione di gruppi etnici, lingue, civiltà umane. La 4TP è una ribellione contro tale stato di cose, in nome degli uomini di ieri, di oggi e di domani, del loro diritto di “esserci”: un’altra concreta declinazione del Dasein.
Indubbiamente, per una civiltà provvista di spazi immensi come quella eurasiatica, la costruzione statale naturale è l’Impero, ma nel secolo XXI soprattutto nella nostra parte di Europa occorre ridefinire i poteri tra i declinanti stati nazionali, una costruzione ibrida ed inadeguata come l’Unione Europea ed i poteri non elettivi ed oligarchici. In quest’ottica, Stato nazionale e grande spazio-sviluppo possono convivere, stabilendo le reciproche sfere d’influenza e promuovendo un’identità plurale fondata sulle comuni radici culturali: l’ imperium del Terzo Millennio.

La rivolta ideale

Se dovessimo inserire la 4TP in un unico filone ideale, parleremmo di una forma di Tradizionalismo realistico. Personalmente, Dugin si considera discepolo di René Guénon e Julius Evola [(15)Julius Evola (1898–1974) filosofo italiano; “Rivolta contro il mondo moderno” — René Guénon(1886–1951).filosofo francese. “Il regno della quantità ed i segni dei tempi”. Sono considerati i due maggiori pensatori tradizionalisti europei]. Il limite delle elaborazioni dei due grandi tradizionalisti è il loro intellettualismo esoterico inadatto al lettore comune unito ad una visione apocalittica legata ad una Tradizione sacra, che lascia ben poco spazio sul terreno concreto dell’elaborazione pratica e della realizzazione di obiettivi. Combattere la modernità resta la missione complessiva dell’impianto della 4TP, al di là della stessa rivolta morale ed ideale. Si tratta, lo ribadiamo, di Cavalcare la tigre, tenendo conto che la guerra è in larga misura perduta, ma la capitolazione non è ancora giunta. Popoli e nazioni esistono ancora, molti segnali confortano, la rassegnazione non può appartenere al bagaglio degli uomini della Tradizione: “Niente è perduto, finché tutto non è perduto”, secondo Curzio Malaparte.

Capitolo VII. Impero globale e mondo plurale

Genere e sesso

Tra gli obiettivi dell’impero globale c’è il controllo sulle nostre menti e sulle nostre stesse identità personali. Non pago di azzerare le distinzioni tra i popoli, l’Impero (utilizziamo qui il lessico di Toni Negri e Michael Hardt [(1)Antonio Negri (1933-) politologo italiano; Michael Hardt (1960-) pensatore politico americano. Neomarxisti, sono noti per l’idea di moltitudine. “impero”]) lavora per strappare all‘uomo tutto ciò che non è se stesso, con il pretesto di liberarlo. Aggredisce perciò il “Sé” di ciascuno di noi, ossia, oltre la definizione di Carl Gustav Jung [(2)Carl Gustav Jung (1875–1961) psichiatra e antropologo svizzero, seguace e poi avversario di Sigmund Freud (1856–1939) austriaco, inventore della psicanalisi. Introdusse i concetti di archetipo e inconscio collettivo] che lo scoprì, la coscienza di essere, l’appercezione (consapevolezza di percepire), il senso dell’Esserci, il nostro personale e comune Dasein.
Ecco dunque l’attacco contro l’identità sessuale, la trasformazione del nostro essere maschio e femmina in “genere”, la volgare mistificazione secondo la quale noi non siamo uomo o donna, ma scegliamo individualmente di diventare tali, al di là della biologia e della morfologia. Dunque, anche la naturale attrazione per l’altro sesso, il potente istinto che ci accompagna dalla pubertà al termine dei nostri giorni, cui la natura o il Dio creatore ha assegnato il compito di riprodurre le specie, naturale non è. Deve essere rieducato, ricondotto alla “libera” scelta, talché le pulsioni omosessuali hanno la stessa valenza e lo stesso titolo ad essere assecondate dalla legislazione delle tendenze normali rinominate eterosessuali, al pari di ogni altra bizzarria, inversione o depravazione legata all’universo sessuale umano. Il risultato è la “teoria del gender”, il matrimonio omosessuale e presto la restaurazione della poligamia (poliamore, nella neolingua), la via aperta ad ogni tipo di procreazione tecnologica (assistita, il politicamente corretto riscrive il vocabolario…..), in un futuro prossimo clonazione, transumanesimo, i cyborg uomini macchina.
Gli odierni difensori dei diritti umani, entusiasti sostenitori di siffatte idiozie presto dovranno scendere in campo per violazione dei diritti dei cloni o dei cyborg. La parificazione tra uomini ed animali è già in fase avanzata, tanto che in Spagna vige una legge a protezione delle scimmie, anzi dei primati superiori. A dirla tutta, desta maggiore rispetto il simpatico bonobo di questa nuova umanità deprivata di se stessa.
A breve, non sarà neppure più vero che l’uomo è misura di tutte le cose, secondo il celebre frammento del sofista Protagora[(3)Protagora di Abdera (486–411 a.C.) filosofo greco, uno dei sofisti], poiché mancherà il soggetto, l’uomo, privato del Sé e dell’Esserci. Un’aggravante ulteriore è l’inclinazione del nemico a trattare le sue idee come verità autoevidenti, o, nella versione del sociologo americano Robert K. Merton, profezie che si autoavverano, influenzando così il comportamento sociale.
Un pensiero tradizionale non ha neppure bisogno di situare se stesso dal lato giusto della barricata: il problema è guidare la riscossa, insieme con tutte le culture, per fortuna maggioritarie, che si oppongono ad una deriva che, in termini iconografici, paragoneremmo alla deliberata, scientifica distruzione di una statua come il Mosè o la Pietà di Michelangelo, pezzo dopo pezzo, sino a ridurla ad irriconoscibile detrito, da quel marmo straordinario che era, da cui, per sottrazione di materiale e con stupefacente genialità l’artista ha tratto una rappresentazione commovente.
L’uomo della post modernità, secondo la 4TP sarà il non-adulto, ovvero colui che riesce a guardare la vita con gli occhi stupiti del bambino, non si è sperduto nel labirinto del disincanto, della razionalità, dell’illuminismo da quattro soldi di chi crede solo a ciò che tocca, l’individuo-massa diventato adulto per decreto del progresso, riportato ad infante dalla sindrome di Peter Pan instillata dalla mistica dei diritti e del soddisfacimento obbligatorio ed immediato di voglie, ghiribizzi, capricci.

Modernità, postmodernità, pluralità culturale.

In particolare, il passaggio dalla modernità, con le sue certezze granitiche e la sua superba razionalità per cui niente è vero se non è misurabile con i criteri delle scienze naturali, alla postmodernità che invita a riesaminare metodi e paradigmi, rivedere certezze consolidate, lascia aperti varchi, fa intravvedere fenditure, punti deboli del sistema, bachi, direbbero gli informatici, nei quali gettare un cuneo. Il criterio unico della razionalità è stato smontato da Paul Feyerabend in Contro il metodo, i suoi caratteri violenti ed oppressivi sono stati smascherati da Michel Foucault come biopolitica, il potere che penetra nella carni sino al possesso della vita. Un aspetto dell’odierna società della sorveglianza a fondo indagato anche dall’antropologa Ida Magli, da poco scomparsa, la cui indagine si è conclusa con un grido lacerante: siamo sotto un dominio formidabile e inaudito, padrone dei corpi e delle menti.
Chi ha dei padroni, ha un solo nome: schiavo, ed è vittima, tra l’altro, di un disgustoso razzismo antropologico, che si manifesta nella valanga di prescrizioni e normative, nella medicalizzazione di ogni aspetto della vita, nel considerare disturbo o follia ogni diversità che metta in crisi le certezze del sistema. Il sistema borghese ha tratti profondamente totalitari, e si difende anche attraverso il potere di nuovi bramini come psichiatri e psicoterapeuti, asserviti all’industria chimica farmaceutica, elemento portante dell’apparato industriale dominante.
Il post moderno non è dunque migliore del suo antecedente, ne costituisce anzi una sorta di pantomima triste e tremolante, simbolizzata dalla pregnante definizione di società liquida. Consente però alla Tradizione di rientrare nel gioco, gettando sul tavolo certezze antiche ed idee nuove.

Mondo al plurale contro Babele

Illuminante è il concetto di pluralità culturale. La premessa necessaria è distinguere la pluralità dal multiculturalismo che è stato scelto dalle oligarchie transnazionali per dissolvere le appartenenze, in alleanza con l’indifferenza amorale dei liberali, il cui unico interesse importante è che gli uomini scambino beni e servizi in base alla ragione calcolante. Multiculturalismo significa convivenza acritica di culture diverse nella neutralità istituzionalizzata rispetto a credenze e modi di vita. Nei fatti, il multiculturalismo invocato per gestire il problema dell’immigrazione di massa è il cavallo di Troia per introdurre dosi sempre più massicce di deculturazione, in modo da poter realizzare rapidamente lo sradicamento delle popolazioni, originarie ed immigrate, premessa dell’americanizzazione “ liberal” dei costumi. Chi è sradicato, sradica, ammoniva inascoltato Pino Rauti già nel 1990.
Le popolazioni immigrate, infatti, tranne i mussulmani legati alla religione, tendono, dopo una fase iniziale di chiusura difensiva, a perdere l’identità precedente senza assumerne un’altra che non sia quella dell’aspirazione ad essere consumatori, nuovi adepti della globalizzazione liberale.
Il multiculturalismo, tutto sommato, non esiste in quanto sì è annacquato nell’americanismo, il cui passo successivo — di cui è in corso in Italia la forzata realizzazione — è il “melting pot” [(4)Melting Pot. Ingl. Lett. Pentola che ribolle. Espressione diventata sinonimo di società multietnica], la Babilonia meticcia in cui non ci si fonde, ma ci si mischia e dissolve senza un centro o una direzione. Per la verità, una direzione esiste, ed è quella che indica la via per i centri commerciali. Pluriculturale è, al contrario, l’humus che, difendendo ogni identità, riconosce il diritto della maggioranza a rimanere tale e quello delle minoranze ad essere tutelate senza che ciò diventi privilegio. Per quelle minoranze, etniche, linguistiche, religiose o culturali prevalenti in alcune parti del territorio, vale l’idea romana ed imperiale: massima autonomia, ma anche esplicito riconoscimento del livello centrale. Per quanto riguarda l’immigrazione, che è, insieme con la sterilità demografica, il nostro massimo problema, è condivisibile quanto manifestato da Vladimir Putin: “In Russia vivono i russi. Qualsiasi minoranza, se vuole vivere in Russia, per lavorare e mangiare in Russia, dovrebbe parlare russo e dovrebbe rispettare le leggi russe. “

Struttura russa ed europea. Occidente, Eurasia.

Abbiamo accennato al Circolo di Praga, le cui acquisizioni, specie nel campo della linguistica e dell’antropologia, sono una parte del vasto sostrato culturale che la 4TP cerca di offrire ai popoli europei ed eurasiatici. Il Circolo si riconobbe nello Strutturalismo, che, dopo la lezione di Saussure divenne un elemento importante della cultura europea e quei suoi esponenti che furono anche pensatori politici, come Jakobson e Trubeckoj, si impegnarono nell’individuazione delle strutture fondamentali dell’anima russa, concludendo che la sua originalità stava nell’associare idee europee — come la religione cristiana- a valori asiatici, senso della gerarchia, una religiosità fondata sulla fede piuttosto che sulla ragione, la tendenza alla dimensione comunitaria e collettiva più che all’individualismo.
L’Occidente viene invece percepito come un pericolo per l’umanità a causa del suo universalismo, progressismo e colonialismo, che procede a tappe forzate ad una unificazione totalitaria del mondo per gli interessi dei suoi gruppi dominanti. La diversità è per la 4TP un fatto naturale, organico e positivo. Idee, queste, assai simili a quelle della Rivoluzione Conservatrice e di settori importanti della Nuova Destra europea. Da sottolineare è lo sforzo dell’eurasiatismo di darsi una dimensione mondiale, globale, all’altezza delle sfide planetarie. Occidente significa modernità e diritti dell’uomo, ed è quindi non un luogo, ma un concetto meta geografico ed universale, specularmente uguale deve essere la categoria di eurasiatismo. L’aggettivo eurasiatico non designa l’abitante del continente Eurasia, ma l’uomo che assume volontariamente la posizione di una lotta esistenziale, ideologica e metafisica contro l’americanismo, la globalizzazione e l’imperialismo dei valori occidentali (la società aperta, i diritti dell’uomo, la società di mercato, ecc.).
Quel che viene rifiutato energicamente è la credenza che gli Stati Uniti siano portatori di una verità universale obbligatoria, anziché di principi in qualche misura locali, validi in Europa Occidentale, in America, nei paesi di ascendenza britannica, espressi da un tempo relativamente breve, la modernità inaugurata dalla rivoluzione industriale e da quella francese del 1789.
Alcuni popoli assegnano la priorità ai principi religiosi ed alla dimensione collettiva, altri preferiscono la gerarchia, o la teocrazia, altri ancora non hanno abbandonato il socialismo e il comunismo, infine qualcuno potrebbe orientarsi all’anarchia, e quanto ai modelli economici, ve ne sono molteplici, ed anche il capitalismo liberale di mercato è il frutto di alcuni popoli e di precise circostanze spazio temporali. Occorre accettare l’eterogeneità e, per citare un’idea di Massimo Fini, riconoscere un certo grado di relativismo culturale, che è ben altro dal relativismo etico.
L’ostilità nei confronti degli Stati Uniti è legata al suo modello, all’insistenza con cui impartisce lezioni sul bene e sul male. Essi, a nome proprio e dell’idea liberalcapitalista, pretendono di giudicarci, manipolarci e governarci. Si percepiscono come apice e conclusione della civiltà occidentale, la storia non è che un cammino univoco e monotòno di progresso tecnico e sociale, che nel liberalismo tende oltre il suo massimo l’arco delle possibilità umane. Intanto, quel mondo si muove pericolosamente verso derive post-umane e persino post-individuali (cyborg, intelligenza mondo artificiale, impianto di chip e di computer nel corpo umano).
Pure, non si può essere antiamericani in eterno, e tantomeno odiare il popolo statunitense in quanto tale: si tratta di una avversione reattiva, difensiva, determinata da circostanze storiche che vogliamo rimuovere. Poiché il sentimento della 4TP è di rispetto per ogni nazione e visione del mondo, l’antiamericanismo non può diventare una fobia, o un odio generalizzato nei confronti dei popoli di quella parte del mondo. Una volta ristabilito un giusto rapporto tra “noi “ e “loro”, messa da parte o sconfitta la prevaricazione e l’imposizione unilaterale, anche l’inimicizia terminerà. Liberi gli americani di vivere e pensare nel modo che ritengono giusto. Il rispetto multipolare vale anche per loro, e torneranno, come nel vecchio diritto pubblico, “iusti hostes”, avversari giusti, con i quali le ostilità — che ci si augura non diventino scontro di eserciti — sono cessate e si torna al dialogo sulle nuove basi.
Non può essere taciuto l’intenso legame ed il debito culturale con Fedor Dostoevskij, considerato una specie di padre dell’anima russa e della missione di quel popolo. Un grande europeo, anche, fine conoscitore della letteratura e del pensiero di tutto il continente, portatore di una spiritualità che gli fece affermare che avrebbe preferito avere torto con Gesù Cristo che ragione contro di lui. Le macerie del nichilismo, nuovo padrone dell’anima europea, ma sorto nella temperie della Russia della metà dell’Ottocento sono state indagate nei suoi romanzi in maniera tanto penetrante da inserirlo tra i grandi filosofi. Esplorò il concetto di bene, di male, di redenzione ed espiazione con una forza che atterrisce il lettore occidentale, abituato a evitare le responsabilità, sfuggire i giudizi netti, giustificare qualsiasi atto con gli strumenti del psicologismo, del tornaconto e del soggettivismo più basso.
Una frase che Dostoevskij fa dire al Principe Mishkyn, protagonista nel grande romanzo L’idiota è inserita nel sottotitolo del presente lavoro, come filo conduttore e principio guida: “Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato anche al suo Dio “. Una tremenda sentenza per gli europei.

Diritto, democrazia, uguaglianza.

Una teoria generale della politica intrattiene un rapporto speciale con il diritto, nel senso che avverte la necessità di dotarsi di un Corpus giuridico che ne affermi i principi, la “struttura” e ne orienti la vita concreta. Il diritto europeo ed occidentale ha rigettato ogni principio che non scaturisse dall’individualismo, dal razionalismo e dall’atomismo liberale. Ha espunto dai codici e dalla coscienza dei giuristi l’idea di legge naturale, a favore del positivismo giuridico che, con Hans Kelsen [Hans Kelsen (1881–1973) giurista e filosofo del diritto austriaco americano. E’ il padre del moderno normativismo, o positivismo giuridico], Rawls ed in Italia Norberto Bobbio e, più recentemente i fratelli Zagrebelsky, hanno improntato l’intera codificazione.
La 4TP ha idee assai diverse: fonda lo ius non sui diritti soggettivi, ma sulla nozione di doveri, che devono essere adempiuti da tutti i membri, individuali e collettivi, del corpo sociale. Riconosce la superiorità della comunità, fondata sulle appartenenze, rispetto alla società, che regola gli interessi. In questo, vale la lezione di Ferdinand Toennies sulla dualità oppositiva comunità società. Lo Stato deve incarnare lo spirito del popolo, o dei popoli che incorpora (scuola storica tedesca del diritto), rifiutando con altrettanta fermezza i principi liberali e quelli totalitari. Ha una base etica, in quanto fonda la solidarietà sulla spiritualità, la religione ed il bene comune.
Avversa la democrazia che si limita alla rappresentanza, affidata ad una classe di professionisti della politica abili soprattutto a muoversi nell’intrigo, tra opachi meccanismi e nella prevalenza di interessi esterni. Promuove invece ogni forma di partecipazione diretta e comune del popolo alle decisioni. In russo, tale idea partecipativa si chiama “demotia”. I popoli non sono la somma aritmetica dei loro componenti viventi, ma costituiscono una comunità metafisica che comprende le generazioni passate e quelle del futuro. Hanno un destino da tenere saldamente nelle proprie mani, in quanto li riguarda immediatamente nel loro “essere nel mondo”. E’ In questo senso che l’uomo della 4TP può dirsi democratico.
Essenziale è che la partecipazione sia reale, e non solo formale come avviene nelle istituzioni liberali. Demotia è sinonimo di democrazia organica, ed è la risposta che si tenta di dare al grande problema di partecipazione attiva del popolo, fuori dalle ipocrite procedure di cui si vanta la democrazia progressista. Lo stesso Norberto Bobbio, gran maestro in Italia del positivismo giuridico di matrice americana, ammise, al termine del suo percorso intellettuale, che quella democrazia altro non è che una procedura.

Democrazia fraterna e sovrana

Una formula suggestiva, e di facile comprensione, sulle piste battute da tempo da Alain De Benoist è la definizione di democrazia “fraterna”, basata sulla comunanza naturale e culturale. Chiara è la polemica con la triade rivoluzionaria di libertà, uguaglianza, fraternità, che ha sempre lasciato sullo sfondo dell’astrazione il suo terzo pilastro.
In una “demòtia” organica, fratello è chi vive accanto a noi e come noi, unito dai vincoli immateriali, ma ben reali, dell’ idem sentire, della condivisione della lingua, dei riferimenti civici e morali, spesso della comune appartenenza etnica. Democrazia che diventa “sovrana” in quanto non permette ad alcun estraneo di decidere al suo posto, e, quando accetta di essere rappresentata, lo fa riconoscendosi in un’ élite o in un capo che comprende, interpreta ed unifica l’anima del suo popolo, difendendone gli interessi permanenti, al di là delle contingenze, delle dottrine economiche, e soprattutto lontano da poteri estranei al corpo della comunità. Questo oggi viene spregiativamente chiamato populismo, ed il messaggio che viene fatto passare è che solo “gli esperti “, le “autorità monetarie” le “organizzazioni internazionali” conoscono il bene del popolo.
Oltre ad essere clamorosamente falso, l’assunto collide pesantemente con uno dei capisaldi del pensiero classico liberale, secondo cui l’individuo è giudice unico dei propri interessi.

Capitolo VIII. Comunità versus società

La proprietà

Una profonda novità è relativa al diritto di proprietà privata. Principio assoluto per i liberali, istituzione da abbattere per i marxisti, per la 4TP occorre un concetto che riprenda, per un verso, l’idea di beni comuni, dall’altro, che il legittimo proprietario di un bene abbia dei doveri nei confronti dell’ambiente sociale. La proprietà privata viene riconosciuta e rispettata, ma l’uso che se ne fa può essere giuridicamente limitato per motivi morali o sociali. Ad esempio, se un fondo ha vocazione agricola, potrà esserne proibito installarvi una fabbrica per non distruggere l’ambiente naturale, e, attenzione, quello umano formato delle relazioni comunitarie di vicinato. L’idea centrale è che l’uomo vive in società, e deve tenerne conto. Tutte le definizioni giuridiche correnti, quali ad esempio quelle di norma ed obbligo sono costruzioni interne dell’universalismo liberale.

Tecnica ed ingegneria del consenso.

Con il linguaggio di Serge Latouche [(6)Serge Latouche (1940-) economista e filosofo francese. Tra i promotori dell’idea della decrescita economica. “L’invenzione dell’economia”], occorre decolonizzare l’immaginario dai mille falsi significati che si sono installati nella coscienza individuale e collettiva, come una muraglia che imprigiona il pensiero libero. Forse, in questa intuizione, sopravvive un residuo dell’analisi strutturalista basata su significato e significante, sul dualismo langue-parole (componente convenzionale e sociale del linguaggio la prima, libera e personale la seconda) e, soprattutto l’idea di codice-messaggio, ovvero sul nesso tra i termini usati ed i messaggi veicolati. Il presente è un’epoca di messaggi contraddittori lanciati e ricevuti a getto continuo, che mischiano futilità ed autentiche porcherie alle tragedie ed ai fatti essenziali. Ciò è fatto per ottenere una retroazione (consenso o paura) e per rendere pressoché indecifrabile il senso di quanto ascoltato, guardato, e subito dimenticato a seguito dell’afflusso di nuovi dati, o respinto per incomprensione. Il pericolo imminente è solo pochissimi addetti ai lavori, al soldo di un’oligarchia ancora più ristretta possiedano le chiavi culturali per decifrare ed interpretare i fatti.
C’è un di più: se la società diventa ogni giorno più controllata dalla tecnologia, dall’afflusso di dati, dalla convergenza di reti, il potere si concentra inevitabilmente in chi possiede le tecnologie. Utilizziamo il verbo “possedere” perché così è, di fatto, e le molte voci che si levano in campo occidentale per denunciare e mettere in guardia non riescono a sfondare una muraglia che è tale proprio in quanto al di là ci sono i proprietari del sistema. In chiave di dominio, ovvia è l’ostilità atlantica nei confronti del federalismo europeo continentale e nella nozione di sussidiarietà (potere ed iniziativa vanno sempre lasciati al livello più basso, vicino al popolo, tranne i casi in cui non sia in grado di sostenerlo), contrappesi naturali della centralizzazione strategica obbligata dei grandi spazi, insieme con la democrazia organica, diretta e partecipativa.

Democrazie

Il leviatano liberale chiama democrazia soltanto il sistema rappresentativo, poiché può controllarlo facilmente attraverso il dominio dei mezzi di comunicazione, il potere del denaro, l’alienazione prodotta dalla febbre del consumo, la fame di novità, e, soprattutto, la spettacolarizzazione di tutto, denunciata dal francese Guy Debord [(7)Guy Debord (1931–1994) scrittore e regista francese. Teorizzatore della post modernità come “Società dello Spettacolo”].
Il principio un uomo, un voto deve essere tolto dall’empireo morale cui lo colloca il sentire comune liberale, per essere integrato, oltreché dalla democrazia diretta, da forme di rappresentanza per categorie, gruppi sociali, territoriali, rinnovando ed allargando il modello delle rappresentanze cetuali, storicamente sperimentate nel mondo germanico Lo stesso avversario liberale organizza la sua democrazia su due livelli, sotto ordinati ad un terzo: il primo livello è la finta democrazia parlamentare, attraverso cui si eleggono dei rappresentanti, in genere gruppi professionali di partiti portatori degli interessi del secondo livello di potere, scelti con la manomissione sistematica dell’unico criterio coerente con il voto capitario, ossia la rappresentanza proporzionale. Il secondo livello è costituito dalle lobby, i gruppi di pressione del sistema industriale, mediatico, culturale, burocratico, sindacale e corporativo, si iniziativa e diretta azione delle quali si dispiega la produzione legislativa dei governi.
La canonica tripartizione liberale dei poteri è una menzogna creduta per accumulo di ripetizione. Il potere legislativo non appartiene più da tempo ai parlamenti sedicenti democratici in quanto “rappresentativi”, ma ai governi, dominati da gruppi ristretti che rispondono al livello superiore. Il terzo piano è quello che conta davvero, ed è formato dagli esponenti delle grandi multinazionali, dalle entità bancarie e finanziarie, dei pensatoi riservati (vertici della massoneria, Consiglio per le Relazioni Estere, Bilderberg Club e pochi altri).
La 4TP, in questo vicina al Tradizionalismo, diffida dell’idea di democrazia come conditio sine qua non della modernità e dell’Occidente; in particolare è estranea all’ideologia del progresso “lineare”. Una filosofia ciclica della storia accoglie piuttosto l’idea che le vicende dell’umanità si svolgono secondo ritmi ed agende differenti, non di rado in opposte direzioni. La filosofia della storia dimostra che il giusto metodo corretto è quello dell’analisi diacronica anziché sincronica di fatti e moventi.
Il principio democratico, pertanto, come figlio di una specifica civiltà spazio –temporale non è un assoluto, specie nella forma obbligata dell’individualismo liberale. Conforme all’insegnamento di autori come Vilfredo Pareto, la democrazia rappresentativa è vista come una cosciente manipolazione del popolo da parte di gruppi dominanti, la cui azione concorde li pone in condizione di supremazia sulle divisioni dei più (Gaetano Mosca) [(8)Gaetano Mosca (1858–1941) giurista e scrittore politico italiano, iniziatore della “teoria delle élites”, che ispirò il pensiero politico di Vilfredo Pareto (1848–1923) economista, sociologo ed ingegnere italiano. “Corso di economia politica”]. Ciò è tanto più vero da quando, sconfitto il comunismo, definitivamente uscita dalla scena l’ipotesi nazional- statalista dei fascismi, non sussiste più un confronto ideologico, né si misurano programmi significativamente contrastanti.

L’ineguaglianza

Legato alla “forma” della democrazia è il concetto di uguaglianza, che la 4TP respinge decisamente. La legge della natura è la diseguaglianza. Grandi scienziati come Konrad Lorenz [(9)Konrad Lorenz (1903–1989) scienziato e scrittore austriaco, premio Nobel 1973. Fondatore dell’etologia. “L’anello di Re Salomone”.”L’altra faccia dello specchio”] sono stati respinti ai margini per aver dimostrato scientificamente tale verità. Alcune sue posizioni, riassunte ancora di recente nella riedizione di un fondamentale libro –intervista con Alain De Benoist, possono essere considerate elementi fondanti della visione della vita qui sostenuta. La tecnocrazia tende a ridurre l’uomo ad una macchina manipolabile. L’uomo macchina, erede diretto dell’uomo-massa, deve essere sempre più “uguale” per essere facilmente rimpiazzato, sostituito. L’ineguaglianza è uno dei fondamenti e delle condizioni di qualunque cultura, poiché solo essa introduce la diversità che fa muovere il mondo.
La stessa divisione del lavoro, rivendicata come orgogliosa conquista della prima rivoluzione industriale, si fonda sulla differenza dei membri della società, alla base della quale vi sono distinte capacità. Tale constatazione è di capitale importanza per comprendere ed accettare diversi sistemi di valori. Alcuni diritti fondamentali, e la pari dignità, ovviamente, devono essere riconosciuti a ciascun membro della specie umana, le cui diverse razze sono, appunto, diverse, non inferiori o superiori. Da questo punto di vista, la presa di distanza dalle posizioni del razzismo biologico è totale ed irrevocabile.

Eterogenesi dei fini

L’apparente nazionalismo del vecchio liberalismo va respinto e cacciato nella pattumiera della storia per due essenziali qualità negative: la prima è che fu utilizzato come strumento di rottura delle strutture statuali e comunitarie precedenti per ricostruirle su basi esclusivamente contrattuali. La nazione era vista come società di individui che decidono, per proprie convenienze, di unirsi ed autogovernarsi. La seconda è di aver costruito un modello disincarnato, concepito come totalità di “cittadini” presenti in un certo momento in un territorio dato, con scarsa o nulla rilevanza dei fattori etnici, religiosi, di condizione sociale. E’ l’attuale realtà degli Stati Uniti, in cui non vive il popolo americano, ma una serie di gruppi rivali, bianchi, anzi euroamericani, neri, ribattezzati afroamericani, ispanici, asiatici e, poveretti, i nativi americani, ovvero i resti sparsi della nobili popolazioni indiane ingannate con le leggi, sterminate con i fucili.
Anche lo sciovinismo ed il nazionalismo odierni devono essere considerati negativamente, specie se, come capita presso taluni filoni di pensiero, confondono la legittima difesa di sé ed il rifiuto dell’invasione straniera, che è sentimento nobile, ma limitato, difensivo, con la missione generale del loro intervento politico o interpretano l’ideale identitario e sovranista come ostinato rifiuto dell’altro da sé, che è una forma di unipolarismo nel piccolo spazio.

I nuovi razzismi

Il razzismo che rigetta la 4TP, la cui storica sconfitta politica ne ha determinato l’improponibilità filosofica, non è solo quello etnico biologico che pretende di stilare classifiche di popoli e razze sulla base della indimostrata superiorità di alcuni. Altrettanto odiosa è la divisione dei popoli in civilizzati e non civilizzati, in base a criteri altrettanto discutibili: il livello tecnologico, ad esempio, il benessere materiale (pensiamo al PIL, Prodotto Interno Lordo) o evolutivo in senso darwiniano (sopravvivenza del più adatto o forte, architrave delle giustificazioni scientifiche del liberismo). Non c’è dubbio che le società occidentali siano afflitte da un tale tipo di razzismo culturale, per quanto lo neghino indignate, e che all’interno dei loro gruppi dirigenti si annidi un ancor più spregevole razzismo antropologico nei confronti di chi è ostile alla modernità nomade, materialista e nichilista in cui essi credono. Su questo piano, la 4TP afferma che l’ideologia del progresso è oggettivamente razzista.
Il passato è oscuro (per gli illuministi e per Kant il loro pensiero era l’ uscita dell’umanità dall’infanzia culturale), il nuovo è sempre il meglio, sino alla ridicola, ma pervasiva ideologia della moda. Queste idee sono una sciocca svalutazione del presente e del passato, “un insulto alla dignità del nostri avi e una violazione dei diritti dei morti”[(10)Alexsandr Dugin (1962-) The fourth politically theory]. Un giudizio aspro ed incomprensibile alle orecchie ipersensibili del nostro tempo, abituate al cotone ed alla rappresentazione edulcorata di tutto ciò che costituisce conflitto. Altrettanto razzista è l’ideologia della globalizzazione, raffinata modalità di etnocentrismo occidentale, anzi anglosassone. Analogamente, resta incolmabile il fossato che separa dalla dogmatica marxista e collettivista della lotta e dell’odio di classe, del progressismo ebete, del materialismo storico, dell’ accettazione acritica dei nuovi “diritti civili ”, dell’uguaglianza.

L’uomo ad una dimensione

Gli uomini non nascono uguali, e sotto questo profilo la 4TP non potrebbe essere più distante dal pensiero di Jean Jacques Rousseau [(11)Jean Jacques Rousseau (1712–1778) filosofo e scrittore svizzero. Precursore dell’illuminismo, teorico della bontà innata dell’uomo, rovinato dalla società. “Emilio”..”Contratto sociale”] e dalla falsa rappresentazione del buon selvaggio. Ancora più assoluta è la distanza che la separa da autentiche sciocchezze, del tipo delle teorizzazioni di James Lovelock che ipostatizzano la natura come creatura vivente, Gaia, nemica dell’uomo, o dalla Scuola di Francoforte. Ben più dello stesso Sigmund Freud, Herbert Marcuse [(12)Herbert Marcuse (1898–1979) filosofo tedesco americano. Tra i fondatori della Scuola neomarxista di Francoforte, teorico della società permissiva.”L’uomo a una dimensione”. “Tolleranza repressiva”] è il pensatore che maggiori danni ha prodotto nella struttura mentale (e nelle élite di potere) degli occidentali ormai da quasi mezzo secolo. La sua idea che liberando l’uomo da ogni cultura e tradizione, rimuovendo con il bisturi la “personalità autoritaria” sarebbe scaturita da se stessa un’umanità finalmente nuova presenta aspetti di lucida follia. Uscito da se stesso, l’uomo nuovo a dimensione unica non è che un povero cretino in balia degli eventi e, come è avvenuto, dei più bassi tra i suoi istinti.
Quanto alle società liberali, riconoscono entusiasticamente, anzi perseguono ed enfatizzano la disuguaglianza materiale ed economica, negando tutte le altre. Il fallimento di queste società, che si proclamano le uniche democratiche, è evidente proprio nella falsa promessa di ridurre la meno naturale delle disuguaglianze, quella di mezzi materiali, oltreché nella sfacciata menzogna di essere il governo del popolo. Non esiste un universo, ma un pluriverso, all’interno del quale ogni diversità è ricchezza, esige rispetto ed ha diritto di esistere sino a quando lo vorranno i suoi portatori. Nelle società liberali vige una sorta di continua formattazione, che piega ogni distinzione all’identico, sino a pervenire, per esprimerci in linguaggio informatico, ad un unico sistema operativo.

Ciascuno a suo modo

Ciascuna comunità scelga liberamente in quale maniera organizzarsi e favorire l’ascesa dei migliori: quel che conta è che prevalga il principio del merito, delle doti personali e morali, poiché la classe dirigente è il modello di riferimento e deve essere composta da coloro che sanno e vogliono meglio servire il bene comune. A differenza delle società liberali, che non possiedono, anzi respingono un’idea di bene comune, la 4TP afferma che i singoli uomini e, a maggior titolo, le comunità che hanno saputo costituirsi, mantenersi nel tempo attraverso il consenso e la riproduzione sociale, hanno gli strumenti per distinguere il bene dall’egoismo o dall’errore. In una prospettiva elaborata dalla migliore cultura europea, bene comune e legge naturale coincidono. Verum et bonum unum convertuntur, secondo la scolastica medioevale ripresa dal genio di G.B. Vico [(13)Giovanbattista Vico (1668–1744). Filosofo italiano. Sostenitore della ciclicità della storia. “Scienza nuova”], ma anche la serena accettazione che è bene ciò che conserva la vita e mantiene la comunità. Un illuminista sui generis come Immanuel Kant riconobbe l’esistenza “in interiore homine” di una legge morale, cui corrispondeva, nel suo sistema, un imperativo categorico. [(14)Immanuel Kant (1724–1804) filosofo tedesco. Pensatore illuminista teorizzatore dell’imperativo morale. “Critica della ragione pura”. “Critica della ragion pratica”]
L’ idea principale della 4TP, in quanto visione del mondo e filosofia della storia, è la pluralità delle civiltà. Già Johann Gottfried Herder, tra i primi grandi pensatori romantici, disse che “ i popoli sono altrettanti pensieri di Dio”. Non possiamo dunque riconoscere alcun pensiero unico, nessuna imposizione planetaria di un modello societale che non è altro che il codice politico culturale del liberalismo quale lo intende un solo paese, gli Stati Uniti. Resta pregnante la distinzione di De Benoist tra “centro” e “periferia”. Altri parlano di “nocciolo globale” che domina il “global gap”, una specie di divario, o vuoto globale caratterizzato dalla disconnessione, che è, in realtà, una carenza di omogeneizzazione al modello vincente.

Capitolo IX. Andare oltre

Centro e periferia

Il centro è dunque il mondo dominato dagli Usa e dal cosiddetto Occidente, la periferia è il resto del mondo. Principi come quelli di Toni Negri e Michael Hardt teorici della “moltitudine”, di neomarxisti come Immanuel Wallerstein non sono altro che “altermondialisti”. La loro critica, come quella dei movimenti che in varia maniera a loro si ispirano, riguarda la superficie del modello, l’ingiustizia sociale di cui è veicolo, la denuncia di singoli aspetti, dall’ecologia alla proposizione di qualche spiritualismo di maniera, come il “new age”, ma non va oltre, resta, nella sostanza, una corrente diversa dello stesso movimento, tesa verso il basso e l’identico.

Un fronte inter-nazionale

La 4TP parla di civiltà al plurale, proponendo in chiave nuova un concetto antico delegittimato dalla modernità. Lo stesso Samuel Huntington [(1)Samuel Huntington (1927–2008). Politologo americano, studioso del Nuovo Ordine Mondiale. “Lo scontro delle civiltà”] ne ha preso atto, scuotendo l’albero dell’ottimismo progressista di chi era, ed è convinto della marcia inarrestabile del progresso che crea civiltà, “la” civiltà al singolare, quella tecnologica, industriale e materialista. Compito di una teoria politica all’altezza della sfida è il riorientamento, l’organizzazione dell’ostilità che avanza ovunque nei confronti del modello unico in un “fronte delle civiltà”. Accennavamo, con un gioco verbale più serio dell’apparenza, all’urgenza di un fronte inter-nazionale, schierato contro il globalismo e la potenza egemone americana. In termini europei, esso deve consistere nella presa d’atto che gli interessi concreti e le forme civili delle nostre nazioni sono diversi ed incompatibili da quelli del fronte “atlantico”. In definitiva, serve un colpo di reni, un lampo di vita che affermi la fine del mondo e delle idee del 1945.
Le radici nostre hanno almeno trenta secoli, da Omero alla fisica quantistica. Dobbiamo essere un impero autonomo, democratico in senso postmoderno, partecipativo, abbiamo l’obbligo morale di riappropriarci di ciò che fu nostro, del senso del sacro, dei simboli, pena l’ estinzione, che sarà prima culturale e subito dopo biologica.

Se c’è un’idea universale, è che non esiste alcuna civiltà universale. Un pensiero forte, specularmente opposto al relativismo corrente, secondo cui la verità è l’assenza di verità. I popoli hanno, in quei momenti scintillanti in cui nasce la passionarietà, riflessi di vita e di ri-generazione; è allora che germoglia la “molteplicità fiorente” pensata da Konstantin Leontiev, sale della bellezza del mondo.

Terra e mare. Geopolitica e metafisica.

La geopolitica è lo studio dei fattori geografici che condizionano l’azione politica. Dobbiamo il termine allo svedese Rudolf Kjellen [(2)Rudolf Kjellen (1848–1922) geografo svedese. E’ il padre della geopolitica], per “indicare quel complesso di problemi politici che traggono origine da fatti d’ordine territoriale, specie quando si consideri lo Stato come un organismo che nasce, si sviluppa e decade, e che, al pari degli esseri viventi, ha bisogno di uno spazio vitale”. (Enciclopedia Treccani). Materia vista con sospetto per il suo successo in area tedesca, è stata però sempre coltivata nei circoli riservati anglosassoni a fini di dominio. Noi oggi abbiamo il dovere di riprendere gli studi geopolitici, allargando il cerchio all’analisi storica, sociologica ed antropologico-culturale, per comprendere sino in fondo i rapporti di forza che presiedono al controllo dello spazio e delle risorse, e modificarli in profondità sulla base del principio di pluralità e libero sviluppo di ciascuna civiltà.
Serve un nuovo “nomos della Terra”, per riprendere un concetto tematizzato da Carl Schmitt. Nomos vuol dire regola, norma, organizzazione, legge. L’opposizione intuita dal giurista tedesco tra Mare e Terra deve comprendere una dimensione metafisica. Tradizione (Evola, Guénon) contro Modernità, Terra (la geopolitica da Mackinder allo stesso Schmitt) contro Mare. Il mare non ha legge, non ha un vero limite, l’orizzonte si sposta continuamente in un luogo immaginario che sta davanti, il mare è di chi lo sfida e si fa corsaro. Nel mondo della Terra vivono e si radicano le idee di gerarchia, l’elemento della permanenza, di ciò che si può e deve trasmettere ed intanto conservare, esistono dei confini naturali, costituiti da monti, fiumi, vallate, e frontiere istituite da genti che si sono sentite distinte, diverse da quelle “di là”.
Scaturisce dalla terra il diritto, elemento primario di civilizzazione, insieme con la sepoltura dei morti e l’istituzione del matrimonio (“dal dì che nozze, tribunali ed are /diero alle umane belve esser pietose / di se stesse ed altrui”, canta nei Sepolcri Ugo Foscolo, il grande poeta romantico), a tutela della casa che vi si costruisce, dei terreni che si coltivano, della comune prossimità che obbliga a regole comuni.
Nel mare si muove la nave, l’acqua conosce solo correnti e flussi, non frontiere, e simboleggia il polo di una modernità fondata sullo sradicamento. Alla geopolitica si è spesso rimproverato il determinismo, forma suprema di materialismo. La 4TP la pensa in maniera opposta, inserendo la geopolitica nella filosofia della storia, dotandola quindi di una dimensione ulteriore, in qualche misura metafisica.

Lo spazio della vita

René Guénon chiamò “spazio qualificato” ogni luogo potenzialmente in grado di essere teatro ed insieme artefice di eventi. Come già affermato, il “lebensraum” di Karl Haushofer deve essere letto ed interpretato come spazio vivente, sovrapponibile al luogo-sviluppo caro a Savitzky ed agli euroasiatisti. Questa visione della geopolitica implica un ritorno ad una prospettiva che risale ad Aristotele, al principio che lo spazio, quel certo spazio è il luogo naturale dove avvengono determinati fatti e non altri, fatta a pezzi dalla scienza galileiana, ma recentemente ripresa da Paul Feyerabend.
E’ facile rendersi conto che “popoli che vivono in ambienti naturali diversi creino lingue e sistemi culturali differenti di cui lo spazio ed il rilievo sono la matrice “ [(3)Alexsandr Dugin (1962-) The fourth politically theory]. Mackinder stesso, britannico, mostrò che la sua piccola isola si fece impero quando i suoi abitanti più intraprendenti scelsero il mare e divennero pirati, mentre fu la steppa a creare l’impero dei briganti di terra, l’orda mongola.
Questi si sono trasformati in esseri stanziali, quelli, per dominare il mare ed asservire le popolazioni che incontravano sulle rive raggiunte, hanno dovuto affinare tecniche e tecnologie, inventare lo spirito di intrapresa e lo stesso capitalismo, produrre di più e di meglio. Il Mare è all’origine della modernità, mentre la Terra è la permanenza, la ciclicità che il contadino conosce e padroneggia nei tempi della semina e del raccolto, che è Eterno Ritorno. La Terra è Tradizione: in questo senso, anche lo strumento della geopolitica assume una valenza nuova, metafisica.

Le religioni

La 4TP non ha una religione da prescrivere o raccomandare. Una sua premessa è che tutte e tre le ideologie del passato erano, in varia maniera, ispirate dalla fine del sacro. Nucleo della modernità fu l’uomo che rimpiazza Dio, la scienza e la filosofia che sostituiscono la religione, mentre la Rivelazione è oscurata dai costrutti razionali e tecnologici. Insieme con la Tradizione e la Gerarchia, la religione deve essere ricollocata al posto che le spetta nel cuore dell’Esserci. La post modernità, se non verrà sconfitta, ripiegherà su una pseudo religione globale, fondata su scampoli disparati di vari culti, in un caotico ecumenismo centrato su una generica “tolleranza”. Una prospettiva ancora più disperante dell’ateismo materialista o della sazia indifferenza occidentale, ma che consente di intravvedere fenditure nelle quali reimpiantare l’idea di Dio.
Alexsandr Dugin è personalmente un credente cristiano ortodosso, e la sua teoria politica esprime un forte spiritualismo. Prende atto dell’immensa importanza delle tradizioni religiose, delle credenze dei popoli e, tra gli obiettivi che si pone c’è la desecolarizzazione delle società occidentali. L’ambito geopolitico euroasiatico è così grande e variegato da comprendere civiltà in cui sono professate tutte le religioni, dal cristianesimo nelle sue tre varianti, cattolica, protestante ed ortodossa, all’ebraismo, all’islam, anch’esso con le sue distinte scuole, il buddismo.
La libertà religiosa è irrinunciabile, con almeno tre elementi di forte differenziazione dalle precedenti teorie politiche, a cominciare da quella liberale. La prima riguarda il riconoscimento del carattere originario, “naturale”, consustanziale ad ogni cultura umana dell’elemento religioso, apertura alla trascendenza ed all’infinito ed insieme modello esistenziale. Nessun ateismo di Stato, e neppure il laicismo ideologico alla francese che respinge come nemico della Repubblica financo la presenza sul corpo di simboli di fede. Non può sussistere alcuna chiusura o totale separatezza dell’ambito spirituale e religioso dalla dimensione pubblica e comunitaria. La seconda, effetto e corollario della prima, è il rifiuto di considerare le pratiche religiose, le convinzioni che le sostengono, i principi morali e civili che ne conseguono fatti privati ed indipendenti dalla sfera sociale e politica. Nessuna concessione al liberalismo, indifferente alla dimensione spirituale degli uomini, che relega nel privato o addirittura dell’intimo della coscienza individuale.
L’ultima è quella di riconoscere il valore nazionale costitutivo dell’ethnos di diverse confessioni. Pensiamo innanzitutto al ruolo dell’ortodossia a Bisanzio, in Russia, in Serbia, in Grecia, del cattolicesimo nelle nazioni dell’Europa del Sud e di quelle mitteleuropee soggette all’impero asburgico, dell’ Islam sciita e sufista, del buddismo del cosiddetto Grande Veicolo, del chassidismo o misticismo ebraico. In linea teorica, tutte le religioni sono viste come alleate naturali della 4TP, con l’ovvia esclusione del radicalismo islamico di matrice sunnita wahabita (Arabia Saudita) e salafita, protagonista dell’attuale ondata di violenza ed incultura.

Di talune tradizioni religiose si constata la distanza profonda con le posizioni della 4TP: ci riferiamo alla riforma protestante, con il suo individualismo e, per converso, le spinte millenariste dei pentecostali; il talmudismo tradizionale, tendente a riconoscere ai soli ebrei un diritto alla dominazione della terra, in cui la Gerusalemme promessa sembra grande quanto il mondo: lo stesso cattolicesimo ufficiale dell’ultimo mezzo secolo, che ha accentuato il suo carattere universalista, ha posto in ombra la trascendenza, allineandosi su molti temi al mondialismo globalista, nuovo ordine mondiale. Al centro, resta imprescindibile l’idea che, presso i popoli europei, “senza i valori presenti nella Cristianità, senza gli standard morali che si son formati nei millenni, gli uomini perderanno inevitabilmente la loro dignità umana” (Vladimir Putin)

Le due destre, le due sinistre

Destra e sinistra sono schemi del passato. Nata come posizionamento rispetto all’emiciclo dell’assemblea parlamentare post rivoluzionaria in Francia, la distinzione non interessò per decenni i socialisti alla Proudhon e neppure Marx,. Tuttavia il crinale destra/sinistra ha avuto un potente valore emotivo oltreché un chiaro significato di divisione politica ed esistenziale sino alla fine del comunismo. Da allora, trascina un lento declino per insignificanza (o per fraintendimento) che non è sfuggito a molti tra i più lucidi osservatori: pensiamo a Jean Claude Michéa, che si definisce socialista e non di sinistra, o ad Alain Sorel, il cui motto è “destra dei valori, sinistra del lavoro”.
La 4TP, nella testata del suo sito Internet lo ribadisce con decisione: Oltre la destra e la sinistra, ma contro il centro. Ribadito che per centro non si intende l’equivoco territorio dei moderati di ogni risma, ma il luogo di incontro ed intersezione dell’affarismo, dei compromessi materiali ed etici, del colore grigio, della depoliticizzazione, essa concorda con chi ha abbandonato l’antica segnaletica politica. Lo schema di cui si fa portatrice è piuttosto lo sforzo per una convergenza tra la critica antiliberale di settori della destra e della sinistra di ieri, alla ricerca di un punto di sintesi che sblocchi, finalmente, il sistema.
Attenendosi per motivi euristici alle vecchie denominazioni, la 4TP rileva che esistono due sinistre e due destre, con riferimento, rispettivamente a politica e società ed ai modelli economici. Il liberalismo/liberismo classico è la destra economica, mentre la sinistra economica comprende le varie componenti politiche di orientamento socialista, dirigista e solidarista.
La destra politica, che potremmo anche definire morale o civica, è la casa di chi vuol conservare valori morali e tradizionali. Spesso, ma non necessariamente, è associata a nazionalismo, patriottismo e statalismo. La sinistra politica è il luogo del radicalismo e del progressismo sociale, l’ideologia dei diritti dell’uomo, l’enfatizzazione delle marginalità di ogni sorta (immigrati, omosessuali, eccetera).
Nell’Europa e nell’intero Occidente, in cui l’egemonia della ragione mercantile soffoca ogni dibattito sui principi, viviamo quella che Jean Claude Michéa ha definito “alternanza senza alternativa”, lo stucchevole teatrino di una destra e di una sinistra in versioni talmente simili che i programmi restano indistinguibili, poiché entrambe dipendono dai padroni del mercato e del sistema finanziario transnazionale. Destra del denaro e sinistra dei valori coincidono quasi su tutto: tutt’al più è diversa la velocità dei processi che promuovono. Un briciolo di stato sociale in più a sinistra, qualche emendamento antiradicale sui diritti civili, ma il catalogo è pressoché identico. Cambia, e non sempre, solo l’ordine dei fattori.
L’avanzata americanizzazione fa sì che il centro sia lo stesso, il liberismo condiviso. Ai lati, una spruzzata di conservatorismo civico a destra, una dose moderata di ridistribuzione del reddito a sinistra. Quanto basta, direbbero gli autori di ricette culinarie. Quanto basta per fidelizzare gli opposti schieramenti di sostenitori, le due “curve” contrapposte, in linguaggio sportivo. Il resto è allineamento alla volontà di chi comanda davvero, il citato terzo livello.

Una nuova Rivoluzione Conservatrice è la posizione di chi mantiene un universo valoriale conservatore o tradizionalista, contestando con altrettanta convinzione l’iniquo liberalismo economico e l’idea di progresso. E’ un’ azzardo, una difficilissima impresa quella di far interloquire, non diciamo unire destra politica e sinistra economica. Le critiche al modello sociale ed economico liberale sono simili, anche se non sovrapponibili, identico è il nemico. Ciò che divide pesantemente è il passato, quel passato che non passa e che pesa come un macigno soprattutto tra gli intellettuali a sinistra e tra la borghesia del censo a destra.

Il mondo invertito




“Château des Pyrénées” — René Magritte
C’è un dipinto molto particolare, di René Magritte [(4)René Magritte (1898–1967) pittore belga. Uno dei fondatori del Surrealismo] del 1961, Il castello dei Pirenei, che rappresenta splendidamente la condizione post moderna, in anticipo sui tempi come è costume dell’artista vero. Sopra un mare scuro e tempestoso, sovrastato da un cielo più chiaro, ma attraversato da diverse nubi, sta sospesa una roccia enorme; sulla sommità c’è un piccolo castello, che si nota a fatica nell’incomoda posizione. La 4TP afferma che il castello dei Pirenei, l’Esserci, deve essere riportato sulla terra, torcendo l’inversione. Non possiamo vivere sospesi sulla pietra altrui, non possiamo “essere-nel-mondo” alla rovescia. Non vogliamo trasformarci nelle plebi desideranti che, secondo Costanzo Preve, hanno sostituito gli uomini, non possiamo essere eterodiretti, privati di tutte le identità che ci formavano e ci rendevano capaci di vivere.

L’epoca nostra è una sorta di cyber repubblica pirata con sede nello spazio virtuale. Non c’è governo, ma “governance”, impersonale amministrazione dall’alto dell’esistente, non c’è Stato, ma post-Stato, con l’unico compito di riscuotere tasse, atterrire i popoli e bloccare con il monopolio della violenza ogni reazione. Anche a questo serve il lacrimoso pacifismo europeo. Non c’è identità, ma miliardi di identici birilli che si credono unici. Idioti assoluti diventano idoli della società spettacolo, ignoranti vengono promossi accademici, le vittime sono chiamate carnefici, i politici scelti per la bella presenza e le prestazioni televisive, i ruoli femminili e maschili sono rovesciati o irrisi. Negando ogni forma, si crea una inedita “non forma” che è il codice genetico comune del nuovo individuo universalizzato (gli ossimori abbondano, nella sfortunata era invertita).
Questo “homunculus” è eternamente connesso, a che cosa non si sa bene, “branché” in argot francese, è la vittima dell’ apparato biopolitico che gli è stato scatenato contro, deve obbligatoriamente correre cronometro alla anno tra impegni vari e riposo vissuto come apprendimento passivo di nuovi spettacoli. Paul Virilio ha inventato il neologismo dromocrazia, il dominio della velocità, della corsa. Ci sarebbe bisogno di sosta, di prendere fiato, riflettere. Non possiamo permettercelo, se vogliamo raddrizzare ciò che è stato invertito, ed iniziare la nuova rivoluzione conservatrice. Goethe fa dire a Faust il celebre “ In principio era l’azione”, per correggere il Logos posto a principio dall’evangelista di Patmos, Giovanni.
L’uomo faustiano deve ora cedere il passo, poiché in principio era il Caos, e per riprendere una storia decente occorre accettare un certo grado di Caos. Fisica e filosofia post moderne hanno rivalutato l’idea del caos, riferita non ad un disordine qualunque ed informe, ma ai sistemi complessi, alle equazioni con più risultati, i quali, in realtà costituiscono un ordine più complesso, difficile da afferrare, ma esistente. Un maestro della tradizione, René Guénon ha mostrato come la presente sia “l’ epoca della confusione”. Noi dobbiamo riflettere sui veri significati, attribuendo a confusione un’accezione possibilista. Si può intendere come “stato delle cose che è allo stesso tempo è parallelo all’ordine e lo precede”. La somma di frammenti che definiamo post modernità può essere ricomposta, a patto di distinguere il caos post moderno, risultato della volontà luciferina di forze nemiche, corrispondente alla guenoniana confusione — il motto massonico è “ordo a chao”, un nuovo ordine dal caos- e il caos dei padri greci.
Per essi caos significava primigenio, qualcosa di preesistente all’ordine che si sarebbe formato al prevalere dell’apollineo sul dionisiaco. Il caos di cui parliamo non è il deserto che hanno creato per disidratazione, guai a chi costruisce deserti, spiegò Nietzsche, ma è una sorta di grembo della madre. Quanto rinascerà dal caos dipende da ciò che è rimasto, da tutto ciò che abbiamo chiamato eterno, e, naturalmente da un forte atto di volontà rivoluzionaria e ri-creatrice.
Il principio, dunque, torni Logos, pensiero, idea, forma, Verbo. Non è solo un’idea cristiana, il pluriverso della 4TP ci indica analoghi presupposti nella dogmatica islamica del Kalam, l’intelletto, e nello stesso ebraismo della Kabbalah. Scopo della Rivoluzione Conservatrice è un nuovo regno del Logos. Guardiamo all’assurda arte del secolo passato: ha vietato la forma, espulso la figura umana, eccetto nei suoi elementi più grotteschi, patologici, triviali o bestiali; ha imposto un’architettura che non ha più alcuna idea del bello, che, sulle piste di Adolf Loos [(5) Adolf Loos (1870–1933) architetto austriaco. Tra i pionieri dell’architettura moderna] proibisce come delitto l’ornamento, la decorazione e qualsiasi cosa sia superflua rispetto alla funzione, ma è insieme frammentata, monca, attorcigliata come per una sofferenza indicibile.
Il Logos europeo ha esaurito le sue risorse, va preso per mano e ricondotto a quelle radici che esprimono il principio di differenziazione e di ordine, verticalità e gerarchia. Il filosofo moralista scozzese Alasdair Mac Intyre terminò il suo opus magnum, Dopo la virtù, un grande manifesto del comunitarismo, con la richiesta di tornare ad Aristotele. Non troppo diversa è la conclusione della 4TP: contro la confusione, ri-generare significa riportare al centro i principi della logica dello Stagirita, pilastri del nostro angolo di mondo: identità e non contraddizione, e l’uomo torni “zoon politikòn”, animale politico,[(6)Zòon politikòn. Concetto della “Politica” di Aristotele (384–322 a.C.) il massimo filosofo dell’umanità: l’uomo è portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità]. portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità.

Conclusione

Esiste un’intersezione, uno scomodo frammezzo che designa e distingue chi si situa politicamente ed esistenzialmente, tra la destra politica e la sinistra economica. Ma c’è una posizione ancora più disagevole, autolesionista, incapacitante, insensata ed irrilevante. E’ quella di chi, per riflesso condizionato, sostiene da posizioni di destra politica la destra economica e, viceversa, chi appoggia la sinistra politica da un orientamento di sinistra economica.
La 4TP prende atto delle drammatiche difficoltà di avviare dialoghi e progetti comuni, ma non vede alternative. In altre stagioni, chi ha proposto soluzioni della specie è stato trattato da pazzo o da visionario. Era, invece, fuori tempo. In politica, come nella vita, è necessario che le idee, i tempi e le circostanze coincidano. Se è vera la frase di Pierre Drieu La Rochelle secondo cui l’intellettuale è oggi sulle posizioni in cui gli altri saranno domani, dobbiamo evitare il pericolo, e diventare ciò che ci risulta tanto difficile, politici, guardinghi, cauti, lesti a scegliere il tempo e l’occasione. Essere volpi e leoni, sentenziò Niccolò Machiavelli, fondatore della scienza politica. Il tempo è oggi: chiusa la modernità, si apre la battaglia per occupare la post-modernità.
Contemporaneamente, non sognatori, non utopisti, dobbiamo forse diventare, o restare, un po’ poeti. Tradizione, patria, popolo, etnia, sono stati screditati dai materialismi, irrisi come astrazioni. Sono invece quanto di più prezioso e concreto possieda l’uomo nel viaggio dell’esistenza, nell’Esserci. Hanno bisogno, per essere nuovamente amati anche dagli europei malati di ragioneria, sazi ma disperati, come intuì un cardinale non modernista, Giacomo Biffi, di un vento di passione, di sentimento, di una rinascita spirituale. Dunque, di quel tanto di lucida follia, di verità espressa per metafore, suggestioni, simboli, immagini, che appartiene all’arte, alla poesia. Ci serve un internazionalismo dello spirito, per battere la dittatura delle cose, delle password e dei codici a barre.
Oltre gli steccati, oltrepassare il passato. Conta, deve contare, finalmente, dove vogliamo andare Per riuscirci, uomini, donne, comunità devono impegnare cuore e cervello per idee nuove. Una è la quarta teoria politica. L’itinerario lo scopriremo vivendo. Alle vecchie strade un addio con gratitudine. Qualunque sia stato l’itinerario, ci hanno condotto sin qui.
In questo spirito, poiché nel mondo degli algoritmi, dei modelli matematici e dell’intelligenza artificiale servono anche i poeti, ci piace concludere con una lirica del premio Nobel polacco Czeslaw Milosz [(7)Czeslaw Milosz (1911–2004) poeta polacco esule in America. Premio Nobel per la letteratura 1980], impressa sulle croci che ricordano la rivolta sociale, ideale e spirituale degli operai di Danzica.
“Tu che hai ferito l’uomo semplice/sghignazzando sulla sua sventura/ E confondendo il bene e il male /Insieme a quei buffoni che intorno a te si assiepano, / Anche se tutti ti si prostrassero/ Celebrando la tua saggezza e il tuo valore, /Medaglie d’oro coniando in tuo onore, /Felici perché sono, ancora un giorno, salvi, /Non sentirti al sicuro. Il poeta non scorda. Uccidilo: ne nascerà uno nuovo. /Saranno scritti gli atti e le parole. /Meglio per te l’inverno, al sorgere del sole, /Un ramo curvo sotto il peso e la corda”.





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