lunedì 29 giugno 2015

Un solo stendardo rosso: Attualità di Drieu La Rochelle (Claudio Mutti)

«La races des Aryens retrouve son union - Et reconnait son dieu à l'encolure fort»: così il poeta di Runes annuncia la prossima unificazione dell'Europa intorno all'Asse; ed evoca l'immagine del vessillo crociuncinato sventolante nel cuore del continente, non più bandiera del Reich tedesco, ma dell'Impero europeo: «Trecento milioni di uomini cantano in un solo campo. Un solo stendardo rosso sta sulla cima delle Alpi». Addirittura, nel marzo '42 enuncia chiaramente l'idea eurasiatista di un grande blocco composto fra l'Oceano e Vladivostok ("Idées", ripubbl. in "Chronique politique", parte V, "Les années passent").
«Un solo stendardo rosso»: ma, a mano a mano che si allontana la prospettiva della vittoria della Germania, non è più quello con la svastica a rappresentare le speranze di Drieu, bensì quello con la falce e il martello. Il 27 dicembre '42, mentre a Stalingrado infuria la battaglia che per l'Asse segnerà l'inizio della sconfitta, lo scrittore annota nel suo Diario: «Morirò con gioia selvaggia all'idea che Stalin sarà il padrone del mondo. Finalmente un padrone. È bene che gli uomini abbiano un padrone il quale faccia loro sentire l'onnipresenza feroce di Dio, l'inesorabile voce della legge».
Nella sua peraltro pregevole e approfondita "Introduzione al Diario '39-'45 di Drieu", Julien Hervier tenta di spiegarsi «l'origine di questa adorazione per un potere paterno, politico e divino» (p. 45) ricorrendo ai bolsi luoghi comuni del «rapporto col padre». La stessa «spiegazione», ovviamente, dovrebbe valere per l'auspicio che troviamo formulato in data 24 gennaio '43: «Ah, che muoiano pure tutti questi borghesi, se lo meritano. Stalin li sgozzerà tutti e dopo di loro sgozzerà gli ebrei... forse. Eliminati i fascisti, i democratici resteranno soli di fronte ai comunisti: pregusto l'idea di questo tête-à-tête. Esulterò nella tomba».
Ma, oltre all'interpretazione psicanalitica, Hervier ne abbozza anche un'altra, secondo la quale il giudizio di Drieu «non fa che seguire l'andamento degli eventi» (p. 45), nel senso che le simpatie di Drieu per l'Unione Sovietica sarebbero dovute al fatto che «i russi siano più forti dei tedeschi, Stalin più forte che Hitler» (p. 46). Ne risulta il profilo inedito e peregrino di un Drieu La Rochelle opportunista, «vittima di una forma di opportunismo intellettuale che lo spinge a schierarsi ogni volta dalla parte del più forte»! (p. 47) A questa diagnosi psicologica Hervier ne affianca una di carattere ideologico, accusando politicamente Drieu di non avere le idee abbastanza chiare circa le dottrine fascista e comunista: «A seconda dei successi e delle sconfitte russe e tedesche, Drieu cadrà in una perenne oscillazione fra le due ideologie rivali del fascismo e del comunismo, mostrando quanto siano fragili le basi delle sue convinzioni» (p. 46).
Queste valutazioni infelici vengono però poi superate e in un certo senso contraddette dallo stesso Hervier, il quale si mostra finalmente capace di cogliere il senso più autentico della «conversione» di Drieu: «Il passaggio di Drieu dal fascismo al comunismo insomma è più geopolitico che ideologico, anzi è persino razzista, perché nei russi egli vede un popolo giovane che surclassa i tedeschi. L'unica costante del suo pensiero politico è l'idea di Europa: l'attuazione sarà compito, se non dei tedeschi dei russi» (p. 47; corsivo nostro). Insomma, verso la fine della guerra e della propria vita Drieu vede nell'Armata Rossa l'unico strumento storico in grado di sostituire gli eserciti dell'Asse nella costruzione dell'unità continentale.
Più avanti Hervier riesce a individuare l'altra costante del pensiero di Drieu: «La sola cosa stabile che sopravvive, a parte l'idea di Europa, è semmai una repulsione, un rifiuto: l'orrore viscerale per la democrazia» (p. 48, cor. nostro). A riprova di ciò, viene citata la parte finale di questo brano del 29 marzo '44: «In ogni caso saluto con gioia l'avvento della Russia e del comunismo. Sarà atroce, atrocemente devastante, insopportabile per la nostra generazione che perirà tutta di morte lenta o improvvisa, ma è meglio questo che il ritorno del vecchiume, del ciarpame anglosassone, della ripresa borghese, della democrazia rabberciata». Un passo analogo reca la data del 2 settembre '43: «E del resto il mio odio per la democrazia mi fa desiderare il trionfo del comunismo. In mancanza del fascismo [...] solo il comunismo può mettere veramente l'Uomo con le spalle al muro costringendolo ad ammettere di nuovo, come non avveniva più dal Medioevo, che ha dei Padroni. Stalin, più che Hitler, è l'espressione della legge suprema». Dopo la sconfitta del fascismo, l'autocrazia sovietica rimane l'unica alternativa alla democrazia e all'individualismo, prodotti della décadence: «Quello che mi piace nel trionfo del comunismo è non solo la scomparsa di una borghesia detestabile e ottusa, ma anche l'inquadramento del popolo e la rinascita dell'antico dispotismo sacro, dell'aristocrazia assoluta, della teocrazia definitiva. Scompariranno così tutte le assurdità del Rinascimento, della riforma, della rivoluzione americana e francese. Si torna all'Asia; ne abbiamo bisogno» (25 aprile '43). Quanto al marxismo, non bisogna lasciarsi ingannare: si tratta di una malattia passeggera che non compromette la fondamentale sanità dell'organismo russo. Incomparabilmente più grave è il male americano. «Bisogna augurarsi -scrive Drieu il 3 marzo '43- la vittoria dei russi piuttosto che quella degli americani. [...] i russi hanno una forma, mentre gli americani non ne hanno. Sono una razza, un popolo; gli americani sono una accolita di ibridi. Quando si ha una forma, si ha una sostanza; ebbene, i russi hanno una forma. Il marxismo è una febbre di crescenza in un corpo sano. Credevamo che quel corpo magnifico fosse marcio, ma non è così».
Considerazioni di questo genere si fanno più frequenti nel corso del '44. Il 10 giugno Drieu scrive: «Lo sguardo rivolto a Mosca. Nel crollo del fascismo, i miei ultimi pensieri vanno al comunismo. Mi auguro il suo trionfo, che non mi sembra sicuro nell'immediato, ma probabile a una scadenza più o meno lunga. Auspico il trionfo dell'uomo totalitario sul mondo». Il 28 giugno: «Niente ormai mi separa dal comunismo, niente me ne ha separato mai tranne la mia atavica diffidenza di piccolo borghese». Il 20 luglio: «Immagino una solidarietà in extremis fra dittatori: Stalin che offre aiuto a Hitler e a Mussolini, rendendosi conto che, se resta il solo della sua specie, è perduto. Ma sarebbe troppo bello. Preferirà colonizzare direttamente la Germania». Il 26 luglio: «I russi si avvicinano a Varsavia. Osanna! Urrà! È il mio grido di oggi». Il 28 luglio: «Avrei un solo motivo per sopravvivere: lottare dalla parte dei russi contro gli americani. [...] Allo stesso modo oggi potrei votarmi al comunismo, tanto più che ormai ha assimilato tutto quello che amavo nel fascismo: fierezza fisica, voce del sangue comune all'interno di un gruppo, gerarchia vivente, nobile scambio tra deboli e forti (in Russia i deboli sono oppressi, ma venerano il principio dell'oppressione). È il mondo della monarchia e dell'aristocrazia nel loro principio vitale». Il 7 agosto: «Monarchia, aristocrazia e religione oggi sono a Mosca e in nessun altro luogo». Il 9 agosto: «Mosca sarà la Roma finale». E così via, fino alle ultime pagine del "Diario", nelle quali Drieu ribadisce un concetto già esposto più volte (ad esempio il 10 settembre '43: «L'esito logico del comunismo è la teocrazia. [...] Stalin probabilmente accetterà il compromesso come Clodoveo. La Chiesa diventerà per lui una altra leva contro gli anglosassoni») ed esprime la fiducia che i russi possano «spiritualizzare il materialismo» (20 febbraio '45).
È proprio il mito dell'Europa imperiale, nonché il complementare «orrore» per la democrazia, a costituire l'asse intorno a cui ruota l'impegno politico di Drieu, dal primo all'ultimo giorno della sua milizia. Ed è questo il riferimento ideale che ci consente di valutare la sua estrema coerenza allorché egli indica nella Russia sovietica il nuovo strumento storico per proseguire la lotta contro la décadence occidentale. Riletti in questa luce, i brani del "Diario" che hanno sconcertato Hervier non mostrano dunque la fragilità del pensiero politico di Drieu (e tanto meno un suo presunto opportunismo intellettuale), ma una lucida e radicale linearità.
Quello di Drieu non è un fenomeno unico, e neanche raro. Motivazioni analoghe alle sue si trovano nella adesione al comunismo di molti militanti dei fascismi e dei «falsi fascismi» europei, i quali al termine della guerra decisero di continuare a combattere da una diversa postazione contro il nemico principale: l'Occidente capitalista. Sarebbe estremamente interessante scoprire quale ruolo abbiano avuto gli uomini provenienti dal campo degli sconfitti nelle scelte marxisticamente eterodosse di alcuni partiti e governi comunisti dell'Est europeo, o comunque riuscire a stabilire in quale misura l'eredità nazionalista, fascista o nazionalsocialista sia stata trasmessa ai nuovi regimi. Se è senza alcun dubbio falsa l'affermazione secondo cui i legionari rumeni sarebbero stati «gli immediati predecessori dei comunisti» nel senso che questi ultimi avrebbero realizzato le riforme sociali legionarie (2); se risulta parimenti infondato sostenere che «è stata realizzata in Ungheria ed in Romania la rivoluzione sociale per cui Szálasi e Codreanu si erano battuti e che avevano preparato» (3), nondimeno certi richiami diventano inevitabili, allorché si considerano le spiccate peculiarità del «nazional-comunismo» rumeno (che tra l'altro procedette ad una cauta riabilitazione di Antonescu), le tendenze nazional-popolari presenti in seno al partito comunista ungherese (che nel campo della cultura recuperò gli autori di orientamento «populista», compresi quelli che «avevano flirtato col nazismo» (4), la persistenza di un certo stile «prussiano» nella Germania Orientale (dove venne impedito il costituirsi di associazioni di «vittime del fascismo»).
Ma restiamo in Italia. Stati d'animo e intenzioni simili a quelli di Drieu non mancarono di venire alla luce nel periodo della RSI, come ulteriori e spesso più radicali manifestazioni del «fascismo di sinistra». A tale proposito risulta esemplare questo brano della rivista fiorentina "Italia e Civiltà": «Sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compari, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il vero nemico. Sempre essi hanno sentito di discordare, sì, dai comunisti su molti punti, ma anche di concordare nel non volere più, né gli uni né gli altri, la vecchia società liberale, borghese, capitalistica. E sappiano anche, i Roosevelt, i Churchill e i loro compari, che quando la vittoria non toccasse al Tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che oggi separa le due rivoluzioni. Avverrebbe fra esse uno scambio e un'influenza reciproca, sino alla fatale armonica fusione». (5)
Il 22 aprile '45, Enzo Pezzato forniva indicazioni analoghe su "Repubblica Fascista": «Il Duce ha chiamato la Repubblica italiana sociale non per gioco; i nostri programmi sono decisamente rivoluzionari; le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero di sinistra; le nostre istituzioni sono conseguenza diretta e puntuale dei programmi; il nostro ideale è lo Stato del Lavoro. Su ciò non può esservi dubbio: noi siamo i proletari in lotta, per la vita e per la morte, contro il capitalismo. Siamo i rivoluzionari alla ricerca di un ordine nuovo. [...] Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra». (6)
Dopo il 25 aprile, questi propositi prendono corpo in vario modo: «mentre in più occasioni si organizzano incontri tra giovani missini e comunisti -spesso interrotti da incursioni di ex-partigiani indignati- in nome di un'improbabile convergenza anti-borghese sul tema della questione sociale» (7), l'iniziativa più consistente è quella rappresentata dal "Pensiero nazionale". Si tratta del quindicinale fondato da Stanis Ruinas (1889-'74), un ex-socialista che durante il ventennio era stato redattore de "l'Impero" e dal '41 aveva diretto "Lager", periodico dei lavoratori italiani in Germania. Enrico Landolfi, che ha ricostruito la storia del "Pensiero Nazionale" (8), ne sintetizza in questi termini la linea ideologica e politica: «continuazione, nelle nuove condizioni del post-fascismo, della lotta anti-plutocratica contro il capitalismo interno, rappresentato dalla DC e protetto dalle potenze occidentali vincitrici della guerra, espressive del dominio dell'oro a livello internazionale. Alleato naturale: il blocco delle sinistre pilotato dal PCI e collegato con l'URSS, nel quale ["Il pensiero nazionale"] si colloca con autonoma convergenza».
Sulla base di questi ed altri elementi, non appare certo infondata l'ipotesi presa in seria considerazione da Domenico Leccisi. «È stato scritto -ricorda questo autorevole testimone- che se il Partito Comunista non si fosse dichiarato artefice dell'uccisione di Mussolini e dello sterminio di migliaia di fascisti nelle giornate sanguinose dell'aprile (ei mesi successivi) del '45, avrebbe sicuramente ottenuto l'adesione in massa dei giovani reduci della RSI. Non sono in grado di rispondere con certezza a tale ipotesi, benché la presenza nei ranghi e ai vertici del PCI di alcuni nomi altisonanti di ex-appartenenti al fascismo del ventennio renda l'ipotesi abbastanza plausibile» (9).
La massa degli ex-combattenti della RSI non aderì dunque al PCI; e neanche al PSI, sebbene Mussolini avesse dichiarato di voler lasciare in eredità «la Socializzazione e tutto il resto ai socialisti e non ai borghesi» (10). Anzi, il partito fondato nel dopoguerra dai fascisti repubblicani, quel MSI che bene o male dichiarava di avere nella RSI il proprio punto di riferimento storico e di rivendicarne in qualche modo l'eredità, ben presto si schierò decisamente a destra (11), stipulò alleanze elettorali coi monarchici e appoggiò vari governi democristiani. Nonostante l'iniziale «diniego contingente» (12) al Patto Atlantico, il MSI diventò ben presto, in nome dell'anticomunismo, la mosca cocchiera del «partito americano» in Italia. Gareggiò in fanatismo filo-sionista con le sinagoghe saragatiane e lamalfiane quando si trattò di appoggiare le aggressioni israeliane contro i popoli mediterranei; osannò tutte le «battaglie della civiltà occidentale», dall'aggressione americana contro il Vietnam fino all'«operazione di polizia» contro l'Iraq; finalmente si trasformò in Alleanza Nazionale e mandò il suo segretario ad un ricevimento del B'nai B'rith negli Stati Uniti.
Se Atene piange, Sparta non ride. La triste storia della sinistra italiana, ridotta ormai ad essere un ammortizzatore sociale al servizio dell'usurocrazia e del grande capitale, si spiega anche con il fatto che nell'immediato dopoguerra la feticistica «religione dell'antifascismo» impedì alla sinistra di attrarre a sé coloro che avevano combattuto per i princìpi solidaristici e di giustizia sociale rappresentati nel Manifesto di Verona. Un apporto di forze neo-fasciste avrebbe potuto dare alla sinistra italiana quel carattere patriottico che essa invece non ha quasi mai avuto, tant'è vero che alla fine si è dichiarata apertamente favorevole alla NATO e agli altri organismi imperialistici; avrebbe rafforzato in essa la componente popolare, impedendole di trasformarsi nella truppa della borghesia azionista e liberal; la avrebbe impegnata sul fronte delle conquiste sociali, non certo nelle «battaglie di civiltà» per l'aborto o per i diritti dei degenerati sessuali.
Nell'Italia del dopoguerra, l'antifascismo e l'anticomunismo coltivati ad arte hanno reso impossibile quella sintesi tra l'elemento nazionale e l'elemento sociale che Drieu La Rochelle aveva vista delinearsi in Place de la Concorde il 6 e il 9 febbraio '34, quando Jeunesses Patriotes e militanti comunisti, ex-combattenti e disoccupati, avevano manifestato uniti contro la Camera dei deputati, emblema della corruzione democratica, e contro il governo radicale dell'epoca. «Ho visto io su questa piazza i comunisti accostare i nazionali; guardarli, osservarli turbati e invidiosi. C'è mancato poco che si incontrassero, in un miscuglio stridente, tutti gli ardori di Francia» (13) - dice Gilles nell'omonimo romanzo. Il personaggio di Drieu «pensava che fascismo e comunismo andassero nella stessa direzione, una direzione che gli piaceva». (14)
L'union sacrée auspicata da Drieu è diventata realtà in Russia, dove i fascisti di Barkashov e i comunisti di Anpilov hanno contrastato insieme, armi alla mano, i disegni dittatoriali del governo proconsolare di Eltsin. Il tentativo mondialista di assoggettare il grande spazio ex-sovietico ha provocato, come è noto, la nascita di una opposizione «rosso-bruna», la quale esprime la rivendicazione popolare di tutto ciò che la colonizzazione liberal-democratica sta mettendo a repentaglio: onore, dignità, identità spirituale, cultura tradizionale, spirito comunitario, indipendenza politica. «Tutti coloro che hanno costituito questo blocco -ci disse testualmente Gennadij Zjuganov, il 17 giugno '92- hanno capito che solo le idee di Stato e di giustizia sociale possono salvare il nostro Paese. Per un popolo, la nazionalità costituisce una coordinata verticale, mentre la giustizia sociale è la coordinata orizzontale. Queste due componenti sono inseparabili». Parole chiarissime, ma l'osservatore occidentale non riesce a comprendere come mai le bandiere zariste e quelle sovietiche possano sventolare, le une accanto alle altre, nelle manifestazioni «rosso-brune».
Drieu la Rochelle, invece, lo aveva capito sessant'anni fa. «Durante la guerra -fa dire al protagonista dell'Agent double- sono stato soldato. Sono stato felice: servivo. Chi? Lo Zar? Forse. La Santa Ortodossia? Anche. La Russia? Certo. Ma voi mi direte oggi, come mi diceste dieci anni fa: "La Russia non significa niente. Un paese non è nulla, è una gleba indistinta. La Russia è lo Zar o il Comunismo". Ma no, vi rispondo io con tutta l'esperienza della mia vita. Sì, con l'esperienza della mia vita e della vostra: "La Russia è lo Zar e il Comunismo, e dell'altro ancora"». (15)
E poco più avanti scrive una frase che ha il sapore della premonizione e che in Russia si è effettivamente realizzata: «Il XX secolo non finirà senza assistere a strane riconciliazioni». (16)
Non c'è quindi da stupirsi se oggi Drieu è di casa a Mosca. Un giornalista italiano che nell'estate del '93 si era recato alla Redazione del quotidiano "Sovetskaja Rossija" notò nell'ufficio del caporedattore, affisso ad una parete, un manifesto con questa frase: «Immaginate che cosa significherebbe un domani, per la grandezza europea, la ripresa della collaborazione secolare tra l'élite europea e le masse russe per lo sfruttamento delle più grandi risorse del mondo». Firmato: Pierre Drieu La Rochelle (17).

Note:
1) P. Drieu La Rochelle, "Diario 1939-1945", con una Introduzione di J. Hervier, Bologna '95.
2) S. Fischer-Galati, "Fascism in Rumania", in "Native Fascism in the Successor State 1918-1971", a cura di P. F. Sugar, Santa Barbara '71, p. 120.
3) M. Ambri, "I falsi fascismi", Roma '80, p. 285.
4) F. Fejtö, "Ungheria 1945-1957", Torino '57, p. 30. Come spiega altrove il medesimo autore, «il populismo ungherese si identifica con il retaggio spirituale del movimento dallo stesso nome che svolse un ruolo importante fra gli intellettuali di prima della guerra e i cui maestri furono gli scrittori Dezsö Szabö, Lászlò Németh e Gyula Illyés. Ciò che avevano in comune i populisti -d'altronde gruppo piuttosto eterogeneo- era la ricerca di una terza via fra la democrazia borghese occidentale e il collettivismo, fra il fascismo e il comunismo, di una via autenticamente popolare, nata dalla terra, dal mondo contadino, unico custode della purezza nazionale di fronte alla civiltà urbana, cosmopolita, razzialmente inquinata, con la sua borghesia mercantile ed ebraicizzata, la sua classe operaia attirata da ideologie straniere. [...] Giunti al potere dopo il 1945, i comunisti hanno risparmiato gli intellettuali populisti di cui solo pochi si opponevano al governo [...] È però sicuro che i populisti hanno saputo farsi pagare il proprio aiuto offrendosi come partner critici e realisti, o meglio come virtuali oppositori. In un certo modo, hanno anche contaminato alcuni dirigenti comunisti, come Imre Pozsgay». (F. Fejtö, "La fine delle democrazie popolari", Milano '94, p. 404).
5) "Italia e Civiltà", antologia a cura di Barna Occhini, Roma '71, pp. 317-318.
6) U. Alfassio Grimaldi, "La stampa di Salò", Milano '79, p. 80.
7) M. Tarchi, "Cinquant'anni di nostalgia. La destra italiana dopo il fascismo", Milano '95, p. 50.
8) "Ragionamenti di storia", n° 21, novembre '92 e n° 22, dicembre '92.
9) D. Leccisi, "Con Mussolini prima e dopo Piazzale Loreto", Roma '91, pp. 222-223.
10) C. Silvestri, "Mussolini, Graziani e l'antifascismo", Milano '49, p. 140.
11) La svolta a destra venne sancita al II° Congresso nazionale (28 giugno - 1 luglio 1949). «Il MSI non si pose come primario imperativo la conquista dei ceti popolari e piccolo borghesi [...] bensì il recupero dei moderati di Destra [...] Noi, avremmo voluto che De Marsanich scendesse in piazza, per nazionalizzare i lavoratori rossi e riportarli alla Nazione: viceversa, esterefatti, lo vedemmo entrare in... salotto (per incontrare le Dame di San Vincenzo, i commenda ed i colonnelli in pensione). [...] Il MSI nazionale e sociale del 1946/1947 -già prudentemente riequilibratosi nel futuribile possibilismo filo-atlantico- sviluppava ulteriormente la sua kafkiana metamorfosi e risolveva il basilare problema delle alleanze non già mantenendo fede a sé stesso ed alle origini storiche, ma addirittura sollecitando masochisticamente la cooperazione, (meglio: la copertura) di quei ceti alto-borghesi e di quei gruppi monarchici che avevano innescato le polveri della congiura del '42-'43, ed aprendo -sia pur tortuosamente- ai plutocrati Americani» (Ugo Cesarini, "Dai Fasci di Azione Rivoluzionaria al doppio petto», Perugia '91, pp. 26-27
12) U. Cesarini, op. cit. p. 27.
13) P. Drieu La Rochelle, "Gilles", Milano '61, p. 557.
14) P. Drieu La Rochelle, "Gilles", Milano '61, p. 539.
15) P. Drieu La Rochelle, "Doppio gioco" in "Risguardo", Padova, III, '82-'83, p. 24.
16) Ibidem.
17) G. Savoint, "Russia svenduta" in "L'Italia Settimanale", 8 settembre '93, pp. 26-27

Tratto dal libro "Omaggio a Drieu La Rochelle"
 Edizioni all'insegna del Veltro,  9,26 euro
Raccolta di saggi di A.Mordini, J.Mabire, M.Marchi, T.Graziani, C.Mutti

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