lunedì 29 giugno 2015

Neoliberismo: la quarta guerra mondiale (Subcomandante Marcos)

Subcomandante Marcos
Comandante dell' Armata Zapatista di Liberazione Nazionale

Il neoliberismo, come sistema mondiale, e' una nuova guerra di conquista di territori. La fine della terza guerra mondiale, cioè la guerra fredda, significa che il mondo ha superato la bipolarità e ha trovato stabilità sotto l'egemonia del vincitore. Ma e' difficile dire chi sia: Gli Stati Uniti? L'Europa? Il Giappone? Tutti e tre? La caduta dell' "Impero del Male" apre nuovi mercati, la conquista dei quali e' causa della quarta guerra mondiale. Come tutti i conflitti, anche questo costringe gli Stati Nazionali a ridefinire la propria identità. Il mondo torna ai vecchi tempi della conquista dell'America, dell'Africa e dell'Oceania. Una strana modernità i cui avanzamenti ci costringono a tornare indietro. La fine del XX secolo assomiglia ai crudeli secoli precedenti molto più che al futuro razionale descritto da tanta fantascienza. Vasti territori, ricchezze e specialmente un'immensa forza lavoro a disposizione attendono il loro nuovo padrone. E molti sono i candidati a questo ruolo. Da qui, la nuova guerra tra coloro che si ritengono parte dell' "Impero del bene".
Nella terza guerra mondiale si e' visto il confronto tra capitalismo e socialismo su vari piani e con vari gradi di intensità; la quarta si svolge tra grandi centri finanziari, su tutti gli scenari mondiali e con formidabile e costante intensità. La guerra fredda ha raggiunto temperature roventi: dalle catacombe dello spionaggio internazionale fino gli spazi siderali delle "Guerre Stellari" di Reagan; dalla Baia dei Porci a Cuba fino al delta del Mekong in Vietnam; dall'escalation nucleare ai colpi di Stato in Sud America; dalle ardite operazioni Nato agli agenti della CIA in Bolivia, dove fu assassinato Che Guevara. Tutti questi eventi hanno avuto il risultato di dissolvere il socialismo come sistema, fino a dissolvere anche la sua alternativa sociale. La terza guerra mondiale ha mostrato i benefici della guerra totale per il vincitore: il capitalismo. Il periodo dopoguerra ci ha prospettato un nuovo ordine mondiale in cui i principali elementi di conflitto sono la terra di nessuno (i Paesi dell'Est), lo sviluppo di alcuni poteri (USA, Europa e Giappone), la crisi economica mondiale e la nuova rivoluzione informatica. Grazie ai computers, i mercati finanziari impongono le loro leggi e i loro precetti al pianeta. La famosa globalizzazione non e' altro che l'estensione totalitaria della loro logica a tutti gli aspetti della vita. Improvvisamente il principale motore dell'economia, gli USA, sono telecomandati dalle dinamiche della capacità finanziaria: il libero commercio. E questa logica, beneficiata dalla porosità causata dallo sviluppo delle telecomunicazioni, si adatta a tutti gli aspetti dello spettro sociale. Finalmente una guerra mondiale totale! Una delle sue prime vittime e' il mercato nazionale. La guerra dichiarata dal neoliberismo rimbalza e finisce col ferire chi ha sparato. Una delle basi fondamentali del moderno Stato capitalista, il libero mercato, viene così liquidata dalle cannonate dell' economia finanziaria globale. Nuovi capitalismi internazionali annullano il capitalismo nazionale, e lo fanno morire di fame fino alla demolizione dell'autorità' pubblica. L'attacco e' così brutale che i singoli Stati non hanno la forza di difendere gli interessi dei cittadini. Il bel panorama apparso alla fine della guerra fredda, il nuovo ordine mondiale, e' stato cancellato dall'esplosione neoliberista. bastano pochi minuti perché una compagnia o uno Stato crollino; non per le rivoluzioni proletarie, ma per la violenza degli uragani finanziari! Il figlio (neoliberismo) divora il padre (il capitalismo) e, con il passaggio, distrugge le bugie dell'ideologia capitalista: nel nuovo ordine mondiale, non c'e' ne' democrazia, ne' libertà, ne' uguaglianza, ne' fraternità. La scena planetaria e' trasformata in un campo di battaglia dove regna il caos. Alla fine della guerra fredda, il capitalismo ha creato un orrore militare: la bomba a neutroni, l'arma che distrugge la vita ma rispetta gli edifici. Ma una nuova meraviglia viene oggi scoperta con la quarta guerra mondiale: la bomba finanziaria. A differenza di quelle di Hiroshima e Nagasaki, questa nuova bomba non solo distrugge e impone morte, paura e miseria alla nazione vittima, ma la trasforma in un semplice pezzo del puzzle della globalizzazione economica. Il risultato dell'esplosione non e' un mucchio di macerie fumanti o migliaia di cadaveri, ma un distretto che viene aggiunto alla megalopoli commerciale, il nuovo ipermercato planetario, e una forza lavoro rilanciata sul mercato del lavoro globale. L'Europa ha vissuto sulla propria pelle gli effetti di questa guerra. La globalizzazione ha avuto successo nell'erodere i confini tra Stati rivali, nemici da secoli, obbligandoli a convergere nell'unione politica. La megalopoli si riproduce su tutto il pianeta. Le zone di integrazione commerciale costituisco il terreno privilegiato. Ma la megalopoli sostituirà le singole nazioni? No, o meglio non solo. Aggiungono nuove funzioni, nuovi limiti, e nuove prospettive. Interi Paesi diventano dipartimenti della megalopoli neoliberista, che produce da un lato distruzione e depauperamento, e dall'altro ricostruzione e riorganizzazione delle regioni governate. Se le bombe nucleari erano dissuasive e coercitive ai tempi della guerra fredda, le bombe finanziarie sono di altra natura. Vengono usate per attaccare territori (Stati) allo scopo di distruggere la loro sovranità e per produrre depopolazione, cioè l'esclusione di tutti gli inadatti alla nuova economia (per esempio, le popolazioni indigene). Ma simultaneamente, i centri finanziari operano una ricostruzione dello Stato-nazione e lo riorganizzano secondo la nuova logica: l'economia domina sul sociale. Il mondo indigeno e' pieno di esempi che illustrano questa strategia: Mr. Chambers, direttore dell'Ufficio per l' America Centrale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIT), ha dichiarato che le popolazioni indigene mondiali (300 milioni di persone) vivono nelle zone dove si trova il 60% delle risorse naturali del pianeta. "Non e' sorprendente che scoppino continui conflitti per impadronirsi delle loro terre. Le risorse naturali (petrolifere e minerarie) e il turismo sono le principali industrie che minacciano i territori indigeni in America". Subito dopo vengono l'inquinamento, la prostituzione e la droga. In questa nuova guerra la politica, come motore degli Stati, non esiste più. Serve soltanto a gestire l'economia, e gli uomini politici non sono altro che imprenditori. I nuovi padroni del mondo non hanno bisogno di governare direttamente: i governi nazionali si incaricano di amministrare al loro posto. Il nuovo ordine e' l'unificazione del mondo in un unico mercato. Gli Stati non sono che imprese con dei gestori in guisa di governanti, e le nuove alleanze regionali rispondono a esigenze di fusioni commerciali anziché politiche. L'unificazione che produce il neoliberismo e' economica: nel gigantesco ipermercato planetario circolano liberamente i prodotti, ma non le persone. Questa mondializzazione replica anche un modello generale di pensiero. L' "American way of life", difeso in Europa nella seconda guerra mondiale, poi in Vietnam e più recentemente nel Golfo, intende affermarsi in tutto il mondo. E' una distruzione delle basi materiali dei singoli Paesi, ma anche di una distruzione storica e culturale. Tutte le culture su cui gli Stati si sono forgiati - il nobile passato degli Indiani d'America, la brillante civilizzazione europea, la grande storia delle nazioni asiatiche e la ricchezza ancestrale dell'Africa- sono oggi corrotti dal modello di vita americano. Il neoliberismo impone la distruzione di nazioni e gruppi di nazioni per rifondarle secondo un solo modello. Si tratta di una guerra planetaria che il neoliberismo sta conducendo contro l' umanità. Stiamo affrontando un puzzle. per ricostruirlo, per comprendere il mondo d'oggi, mancano molti pezzi. Il primo di questi pezzi e' il doppio accumulo di ricchezza e di povertà ai due poli della società planetaria. Il secondo e' l'intera popolazione del mondo. Il terzo e' l'emigrazione. Il quarto e' la relazione nauseabonda tra il potere e il crimine. Il quinto e' la violenza. Il sesto e' il mistero della megapolitica. Il settimo, sono le forme multiple di resistenza che sviluppa l'umanità' contro il neoliberismo.


PEZZO NUMERO UNO
CONCENTRAZIONE DELLA RICCHEZZA E RIPARTIZIONE DELLA POVERTA'
Nella storia dell'umanità', diversi modelli si sono combattuti per proporre l'assurdo come ordine mondiale. Il neoliberismo occuperà un posto privilegiato. La sua concezione della ripartizione della ricchezza e' doppiamente assurda: accumulazione di ricchezza per qualcuno, e indigenza per milioni di altri. L'ingiustizia e l'ineguaglianza sono i segni distintivi del mondo attuale. La Terra conta 5 miliardi di persone: 500 milioni vivono comodamente, 4,5 miliardi soffrono la povertà. I ricchi compensano la loro minoranza numerica grazie ai loro miliardi di dollari. Inoltre, la fortuna di 358 persone (i più ricchi del mondo), miliardari in dollari, e' superiore al reddito annuale della metà della popolazione planetaria, la più povera, circa 2,6 miliardi di persone. Il progresso delle grandi imprese transnazionali non presuppone affatto l'avanzamento delle nazioni sviluppate. Al contrario, più questi giganti si arricchiscono, più si aggrava la povertà nei Paesi cosiddetti ricchi. Lo scarto tra ricchi e poveri e' enorme. Invece di attenuarsi, le ineguaglianze sociali crescono. C'e' un simbolo monetario che rappresenta il potere economico mondiale, un simbolo dal colore verde dollaro. E il suo odore nauseabondo e' un odore di fumo, di fango e di sangue.


PEZZO NUMERO DUE.
LA GLOBALIZZAZIONE 
Uno dei principio del neoliberismo consiste nel dire che l'incrocio economico delle imprese produce una migliore ripartizione della ricchezza e del lavoro. Ciò e' falso. L'assolutismo del capitale finanziario non migliora la ripartizione della ricchezza ne' crea lavoro. Povertà, disoccupazione e precarietà sono le sue conseguenze strutturali. Negli anni 60 e 70, il numero dei poveri (definiti dalla Banca Mondiale come persone dal reddito inferiore a 1 dollaro al giorno) era di 200 milioni. All'inizio degli anni 90, il numero e' di 2 miliardi. Aumento di persone povere, diminuzione di persone ricche: questa e' la lezione del pezzo numero 1 del puzzle. Per ottenere questo risultato assurdo, il sistema capitalista mondiale "modernizza" la produzione, la circolazione e il consumo dei prodotti. la nuova rivoluzione tecnologica (informatica) e la nuova rivoluzione politica (le megalopoli emergenti sulle rovine degli Stati-nazione) producono una nuova "rivoluzione" sociale, di fatto una riorganizzazione delle forze sociali, principalmente di quelle del lavoro. La popolazione economicamente attiva mondiale e' passata da 1,38 miliardi nel 1960 a 2,37 miliardi nel 1990. Un aumento di persone in grado di lavorare, ma il nuovo ordine mondiale e' circoscritto in spazi precisi e in un riarrangiamento delle funzioni (o delle non- funzioni, come nel caso dei disoccupati e dei precari). La popolazione mondiale impiegata per attività si e' modificata radicalmente nel corso degli ultimi vent'anni. Il settore agricolo e la pesca sono precipitati dal 22% nel 1970 al 12% nel 1990, la manifattura dal 25% al 22%, ma il terziario (commercio, trasporti, banche e servizi) e' passato dal 42% al 56%. Nei Paesi in via di sviluppo, il terziario e' cresciuto dal 40% al 57%, l'agricoltura e la pesca crollate dal 30% al 15%. Sempre di più i lavoratori sono orientati verso attività ad alta produttività. Il sistema agisce così come una sorta di megapadrone, per il quale il mercato planetario non sarà che un'impresa unica, gestita in modo "moderno". Ma la "modernità" neoliberista, per la sua bestialità, non somiglia molto alla razionalità utopica. La produzione capitalista, infatti, continua a fare appello al lavoro dei bambini: su 1,15 miliardi di bambini nel mondo, almeno 100 milioni vivono in mezzo alla strada e 200 milioni lavorano - e saranno, secondo le previsioni, 400 milioni nel 2000. L'Asia ne conterà 146 milioni nelle industrie. E anche nel Nord, centinaia di migliaia di bambini lavorano per integrare il reddito familiare o per sopravvivere. Altrettanto, molti bambini sono impiegati nell'industria del piacere: secondo le Nazioni Unite, ogni anno un milione di bambini viene gettato nel commercio sessuale. La disoccupazione e la precarietà di milioni di lavoratori nel mondo e' una realtà che non sembra destinata a sparire. Nei Paesi dell' Organizzazione della Cooperazione e dello Sviluppo Economico (OCDE), la disoccupazione e' passata dal 3,8% nel 1966 al 6,3 nel 1990; in Europa, dal 2,2 al 6,4. Il mercato mondializzato distrugge le piccole e le medie imprese: con la sparizione dei dei mercati locali e regionali, privati di protezione, non possono sopportare la concorrenza dei giganti transnazionali. Milioni di lavoratori si ritrovano disoccupati. Assurdità neoliberale: invece di creare impiego, la crescita della produzione lo distrugge - l' ONU parla di "crescita senza impiego". Ma il discorso non si ferma qui. I lavoratori devono accettare le condizioni precarie. Una più grande instabilità, giornate di lavoro più lunghe e salari più bassi. Queste sono le conseguenze della mondializzazione e dell'esplosione dei servizi. Tutto questo produce delle eccedenze specifiche: esseri umani di troppo, inutili al nuovo ordine mondiale perché non producono, non consumano e non vanno in banca. In breve, sono inutili. Ogni giorno, i mercati finanziari si impongono sui loro Stati e gruppi di Stati, ridistribuiscono gli abitanti. ma alla fine, devono constatare che sono ancora troppi.


PEZZO NUMERO TRE.
MIGRAZIONE, IL DISOCCUPATO ERRANTE. 
Abbiamo già parlato dell'esistenza, alla fine della terza guerra mondiale, di nuovi territori di conquista (i vecchi Paesi socialisti), e altri di riconquista. Da qui la tripla strategia dei mercati: le "guerre regionali" e i "conflitti interni" proliferano; il capitale persegue un obiettivo di accumulazione atipica; e grandi masse di lavoratori vengono messe in mobilità. Risultato: milioni di emigranti che attraversano il pianeta. "Stranieri" in un mondo che dovrebbe essere "senza frontiere", soffrono di persecuzioni xenofobe, della precarietà dell'impiego, della perdita dell'identità' culturale, della repressione poliziesca e della fame, quando non vengono gettati in prigione o finiscono uccisi. Il numero di persone che fanno riferimento all' Alto Commissariato ONU per i Rifugiati e' letteralmente esploso, passando da 2 milioni nel 1975 a più di 27 milioni nel 1995. La politica migratoria del neoliberismo ha fatto più per destabilizzare il mercato mondiale del lavoro che per frenare l'immigrazione. La quarta guerra mondiale - con i suoi meccanismi di distruzione - impoverimento - ricostruzione - riorganizzazione, ha spostato milioni di persone. Il loro destino e' errare, costituendo una minaccia per i lavoratori con un impiego, un escamotage per far dimenticare chi e' il padrone e un pretesto per il razzismo.


PEZZO NUMERO QUATTRO.
MONDIALIZZAZIONE FINANZIARIA E GENERALIZZAZIONE DEL CRIMINE. 
Se pensate che il mondo della delinquenza sia sinonimo di oltretomba e oscurità, state sbagliando. Durante la guerra fredda, il crimine organizzato ha acquistato un'immagine più rispettabile. Non solo ha cominciato a funzionare come un'impresa moderna, ma e' anche profondamente penetrato nei sistemi politici ed economici degli Stati. Con la quarta guerra mondiale, il crimine organizzato ha globalizzato le proprie attività. Le organizzazioni criminali dei cinque continenti si sono appropriate dello "spirito di cooperazione mondiale" e, insieme, partecipano alla conquista dei nuovi mercati. Investono in affari legali, e non solo per riciclare il denaro sporco, ma per acquisire capitali destinati ai loro affari illegali. Attività preferite: immobili di lusso, media e banche. Ali Baba e i 40 banchieri? Le banche commerciali utilizzano il denaro sporco per le loro attività legali. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, "lo sviluppo dei sindacati del crimine e' stato facilitato dai programmi di ristrutturazione che molti Paesi sono stati costretti ad intraprendere per aver accettato prestiti dal Fondo Monetario Internazionale". Il crimine organizzato conta anche sui paradisi fiscali. Le Isole Cayman occupano il 5o posto come centro bancario, e possiedono più banche e società registrate che abitanti. Oltre al riciclaggio, i paradisi fiscali servono a sfuggire alle imposte. Ci sono punti di contatto tra governanti, uomini d'affari e capimafia.


PEZZO NUMERO CINQUE.
VIOLENZA LEGITTIMA DI UN POTERE ILLEGITTIMO? 
Nel cabaret della globalizzazione, lo Stato e' costretto ad un strip-tease al termine del quale non conserva che il minimo indispensabile: la sua forza repressiva. La sua base materiale distrutta, la sua sovranità e la sua indipendenza annullate, la sua classe politica resa inutile, lo Stato diventa un semplice apparato di sicurezza al servizio delle megaimprese. Invece di orientare l'investimento pubblico verso le questioni sociali, preferisce migliorare gli equipaggiamenti che gli permettono di controllare efficacemente la società. Che fare quando la violenza decolla dal mercato? E' una violenza legittima? O illegittima? Quale monopolio della violenza possono rivendicare gli Stati quando il libero gioco della domanda e dell'offerta definisce tale monopolio? Abbiamo già notato, in precedenza, che il crimine organizzato, i governi e i centri finanziari sono intimamente legati. Non e' evidente che il crimine organizzato conta su eserciti affidabili? Il monopolio della violenza non appartiene più agli Stati, il mercato li ha messi all'angolo. Se la contestazione del monopolio della violenza invoca non i diritti del mercato ma quelli dei ceti più bassi, allora il potere mondiale lo vedrà come un'aggressione. Il simbolo del potere americano e' il Pentagono. La nuova polizia mondiale esige che gli eserciti e le polizie nazionali diventino un semplice corpo di sicurezza che garantisce l'ordine e il progresso nelle megalopoli neoliberiste.


PEZZO NUMERO SEI.
LA MEGAPOLITICA E I NANI. 
Abbiamo detto che gli Stati sono attaccati dai mercati finanziari e costretti a dissolversi nel seno delle megalopoli. Ma il neoliberismo non punta soltanto a "unificare" nazioni e regioni. La sua strategia di distruzione-impoverimento e ricostruzione-riorganizzazione produce, di conseguenza, fratture tra gli Stati. E' un paradosso di questa guerra: destinata ad eliminare le frontiere e a unire le nazioni, provoca una moltiplicazione di frontiere e una polverizzazione di nazioni. Se qualcuno ancora dubita che questa famosa globalizzazione sia una guerra mondiale, prenda ad esempio i conflitti che ha provocato il crollo dell'URSS, della Cecoslovacchia e della Yugoslavia, vittime di una crisi che ha distrutto i fondamenti economici degli Stati e la loro coesione. La costruzione delle megalopoli e la frammentazione degli Stati sono una conseguenza della loro distruzione. Si tratta di avvenimenti separati? Sintomi di una crisi che arriverà? Fatti isolati? La soppressione delle frontiere commerciali, l'esplosione delle telecomunicazioni, le autostrade informatiche, la potenza dei mercati finanziari, gli accordi internazionali di libero scambio, tutto ciò ha distrutto i singoli Stati. Paradossalmente, la mondializzazione produce un mondo frammentato: un mondo di specchi spezzati che rifletto l'inutile unità mondiale del puzzle neoliberista. Ma il neoliberismo non frammenta soltanto il mondo che pretende di unificare, produce anche il centro politico economico che dirige questa guerra. E' urgente parlare di megapolitica. La megapolitica ingloba le politiche nazionali e le riconduce a un centro che ha interessi mondiali, quelle del mercato. E' in nome di questo che si decidono guerre, prestiti, acquisto e vendita di merci, trattative diplomatiche, blocchi commerciali, tendenze politiche, faccende di immigrazione, rotture internazionali, investimenti. In breve, la sopravvivenza di intere nazioni. I mercati finanziari non si curano del colore politico dei dirigenti delle nazioni: quello che conta, ai loro occhi, e' il rispetto del programma economico. I criteri finanziari si impongono a tutti. I padroni del mondo tollerano l'esistenza di governi di sinistra, a condizione che non adottino alcuna misura contraria agli interessi del mercato. Non accetterebbero mai una politica di rottura con il modello dominante. Agli occhi della megapolitica, le politiche nazionali sono condotte da nani che si devono piegare ai diktat dei giganti finanziari. E sarà sempre così...finché i nani non si ribelleranno.


PEZZO NUMERO SETTE.
LE SACCHE DI RESISTENZA. 
Per cominciare, non dobbiamo confondere la resistenza con l'opposizione politica. L'opposizione non si oppone al potere, la sua forma più comune e' infatti quella di un partito d'opposizione. La Resistenza, per definizione, non può essere un partito: non e' fatta per governare, ma per...resistere. L'apparente infallibilità della mondializzazione cozza contro l'ostinata disobbedienza della realtà. Gruppi di ribelli si formano attraverso il pianeta. L'impero finanziario dalle tasche piene affronta questa resistenza, di ogni colore, forma e misura, ma con un solo punto comune: la volontà di resistere al "nuovo ordine mondiale" e al crimine contro l'umanità' che rappresenta questa guerra. Il neoliberismo tenta di sottomettere milioni di esseri umani, e cerca di liberarsi di quelli "di troppo". ma questi "inutili" si ribellano. Donne, bambini, anziani, giovani, indigeni, ecologisti, omosessuali, sieropositivi, lavoratori: gli esclusi dalla "modernità". In Messico, ad esempio, nel nome del Programma di sviluppo integrale dell'istmo di Tehuantepec, le autorità vorrebbero costruire una grande zona industriale. Questa zona comprende una raffineria di prodotti petrolchimici, ed e' in progetto una strada, un canale e una ferrovia trans-istmica. Due milioni di persone dovranno uscire dalla loro regione. Altrettanto, nel sud-est del Messico, si e' avviato un programma di sviluppo regionale, con l'obiettivo di mettere a disposizione del capitale terre indigene ricche di storia e cultura, e ricche di petrolio e uranio. Questo progetto ha causato la frammentazione del Messico, separando il SudEst dal resto del Paese. Si iscrive, di fatto, in una strategia anti-insurrezionale, con una tenaglia che cerca di contenere la ribellione antiliberista nata nel 1994: al centro, si trovano gli indigeni dell'Armata Zapatista di liberazione nazionale. Sulla questione degli indigeni ribelli, si impone una parentesi: gli zapatisti ritengono che, in Messico, la riconquista e la difesa della sovranità nazionale partono da una rivoluzione antiliberista. Paradossalmente, si accusano gli zapatisti di volere la frammentazione del Paese. La realtà e' che gli unici a invocare il separatismo sono gli imprenditori dello Stato del tabasco, ricco di petrolio, e i deputati federali originari del Chiapas. Gli zapatisti, invece, pensano che la difesa dello Stato nazionale sia necessaria per affrontare la mondializzazione, e che i tentativi di spezzare il Messico vengano da gruppi governativi e non da domande di autonomia dei popoli indigeni. Ma non e' solo sulle montagne messicane che si resiste al neoliberismo. In altre regioni dell'America Latina, negli USA e in Canada, nell'Europa di Maastricht, in Africa, in Asia, le sacche di resistenza si moltiplicano. Ciascuno ha la sua storia, le sue specificità, le sue somiglianze, le sue rivendicazioni, i suoi lutti, i suoi successi. Se l'umanità' vuole sopravvivere e migliorare, la sua sola speranza risiede tra gli esclusi, gli "inutili". Gli esempi di resistenza sono così numerosi e così diversi come le regioni del mondo. In questo affare di soldi, così come in quelli di resistenza, la diversità e' una ricchezza. Dopo aver conosciuto questi sette pezzi, si percepisce come sia impossibile assemblarli. Questo e' il problema: la mondializzazione ha voluto mettere insieme pezzi incompatibili. Per queste ragioni, oltre che per molte altre, e' necessario costruire un mondo nuovo: un mondo che possa contenerli tutti.

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