lunedì 29 giugno 2015

L'entusiasmo di Bombacci per l'Italia proletaria

Molti storici e giornalisti hanno illustrato in negativo, a fosche tinte, la personalità e la vicenda umana e politica di Nicola Bombacci. Per esempio, l'illustre storico inglese Frederick W. Deakin, nel secondo volume della storia della Repubblica di Salò edita dalla Einaudi, così si esprime occupandosi del ruolo da lui svolto durante i drammatici seicento giorni della Repubblica sociale italiana: " Il suo sconclusionato entusiasmo per un'Italia "proletaria", eternamente in lotta contro l'imperialismo capitalistico, trovò un'eco debole, ma positiva nella neonata repubblica. Il suo bagaglio ideologico fatto di slogan e di parole d'ordine propagandistiche, riecheggiava quello dello stesso Mussolini e con tutta la tenacia di un rinnegato che si sente andare alla deriva, bombardava il suo collega ritrovato dopo tanto tempo con memoriali e consigli. Ne possiamo trovare indubbie tracce nel documento finale trasmesso dalla segreteria di Mussolini al partito". Parole dure come pietre. Tanto più dure in quanto qui all'odio dell'antifascista si aggiunge quello dell'inglese. Da ciò, da questa naturale commistione, una condanna senza appello. Tuttavia, se proviamo a leggerle in filigrana ci accorgiamo che l'immagine dell'ex seguace di Bordiga, ne esce meno compromessa di quanto appaia ove delibata nella forma con la quale viene proposta. Tentiamo una rapida analisi del testo. "L'entusiasmo" per l'Italia "proletaria", contrapposta permanentemente "all' imperialismo capitalistico", per quanto "sconclusionato" è sincero. Se non lo fosse, il

Deakin sarebbe stato ben lieto di infliggere alla memoria del vecchio rivoluzionario di Forlì una ulteriore deturpazione. Non lo fa, e ciò vuol dire che - storico serio ancorché di parte e implacabile - non ne è persuaso. Non trova riscontri nella documentazione che gli è messa a disposizione. Del resto, la buona fede di "Nicolino" [nella foto 
Imola, settembre 1919. I delegati al Congresso socialista di Bologna si radunano nella sede del partito. Alla sinistra di Bombacci, Angelica Balabanoff] - così era familiarmente chiamato negli ambienti sovversivi - è provata dalla sempiterna povertà che afflisse la sua vita e della famiglia. Perfino nel momento in cui la sua linea fu fatta dichiaratamente propria da Mussolini, il tenore di vita non tracimò i limiti di una estrema parcatezza.Ce ne dice qualcosa, in un saggio, Giano Accame, intellettuale attento di idee, realtà e accadimenti del fascismo: "Per Bombacci le prime utilizzazioni previdero di occuparlo allo studio di un piano casa per i lavoratori, tanto per giustificargli uno stipendio. Nemmeno nella Rsi riuscì ad avere delle funzioni ufficiali di spicco, anche se verso la fine era corsa voce che avrebbe potuto essergli assegnato un dicastero economico oppure funzioni di capo di una Confederazione unica del lavoro e della tecnica. In concreto ebbe soltanto un piccolo ufficio a Maderno, sul lago di Garda, alle dipendenze del ministero dell'Interno, con incarichi di consulenza sulle questioni sociali". Non crediamo di azzardare individuando in Nicola Bombacci il Franco Rodano della Repubblica sociale italiana. Egli è il supremo consigliere del principe, per quanto soprattutto attiene alle grandi strategie sociali. E, come tale, se prenota un posto nella Storia, al momento non costruisce prospettive personali. Anzi, proprio come il famoso dottrinario comunista cattolico, patisce volute indifferenze, sottili emarginazioni, oggettive incompatibilità, inconfessate avversioni. Frutto sia di sospetti per un passato di nemico; sia di una visione ideologica forse sotto sotto non condivisa - parzialmente o totalmente - ma forzosamente adottata solo perché recante la firma del Duce; sia della acredine di chi si vede sorpassato nella gara per la conquista del cuore, del pensiero, dei pensieri di Mussolini dall'ultimo arrivato, per di più senza adeguato, ufficiale pedigree littorio. E che il Bombacci ormai signoreggi nella stima e nei sentimenti del Capo ben lo si evince dalle stesse parole del Deakin, la cui colorazione caricaturale non riesce a celare l'importanza del compito politico da lui svolto nell'opera di delineazione del volto della Rsi. Se infatti è vero che "bombardava il suo collega ritrovato", con memoriali e consigli - ma qui il Deakin agisce non come storico distaccato e attento alle ragioni di tutti pur senza impossibili neutralità, bensì con il piglio di un polemista passionale e aggressivo - altrettanto vero è che il "bombardamento" apre brecce ampie un po' dappertutto. Per esempio, nei sonni tranquilli dei grandi nomi dell'industria e della finanza, che cercano scampo in ogni direzione. Anzitutto, nei buoni rapporti con le autorità economiche, diplomatiche, militari tedesche in Italia, che vedono la socializzazione come fumo negli occhi, conseguentemente, mettono bastoni fra le ruote ad ogni piè sospinto, con ogni mezzo, con ogni pretesto. A cominciare da una pretesa esigenza di non turbare la produzione bellica. Infine, nei contatti con gli Alleati, avvertiti che della "demagogia mussoliniana" e del suggeritore ex Pci finiranno, a Liberazione avvenuta, per giovarsi i "rossi", ormai in concorrenza con i "neri" sul terreno delle trasformazioni sociali. Ma le brecce più vaste e decisive l'ex segretario del Psi massimalista, le apre nella versione compromissoria del mussolinismo ventennale. Tanto vero che, segnala sempre o studioso britannico, "possiamo trovare tracce indubbie del bagaglio ideologico di Bombacci nel documento finale trasmesso dalla segreteria di Mussolini al partito". In altri termini, il duce fa il tuorlo dell'uovo bombacciano. E che si trattasse di un tuorlo scarlatto e non tendente al rosa è provato dal testo di un telegramma spedito in data 16 novembre 1943 a Berlino dall'ambasciatore Rahn (presumibilmente al ministro degli esteri Ribbentrop) che suona: " Il manifesto del partito è stato steso con la mia collaborazione, e sono stato costretto ad attenuare le originarie tendenze molto accentuatamente socialiste nell'interesse del mantenimento dell'impresa privata nella produzione bellica....". Da notare che Rahn si ingeriva in queste cose sulla base di un accordo col governo della Rsi con il quale si stabiliva che finchè durava lo stato di guerra sul territorio italiano, le autorità germaniche dovevano essere consultate, per tutte quelle materie in qualunque modo risultanti connesse con lo sviluppo delle operazioni belliche. Questa ambigua situazione, tuttavia, fu foriera di tensioni, incomprensioni, perfino rotture e conflitti fra le parti. Come quando Mussolini fece arrestare l'industriale Franco Marinotti, presidente della Snia Viscosa - accusato dalle autorità della Rsi di sabotare la socializzazione con un ordine subito contraddetto dai tedeschi che ne ordinarono la scarcerazione. Non è possibile qui esporre ciò che successe in rapporto a quella gravissima crisi, ma si sa che da allora le relazioni fra la Rsi e i rappresentanti del Terzo Reich divennero gelide e, pur coperte da una alleanza assolutamente priva di alternativa, di grosso spessore vertenziale. Con un Mussolini che non mancava di cogliere ogni occasione favorevole per allontanare dai posti chiave gli elementi più filonazisti. Emblematico in tal senso quanto accadde con il ministro dell'Interno Guido Buffarini Guidi, il cui siluramento seguito dalla sostituzione con il prefetto Paolo Zerbini, alto commissario per il Piemonte - con accanto l'ex capo redattore de Il Popolo d'Italia e direttore de Il Resto del Carlino, Giorgio Pini, detto per la sua mitezza e propensione alla non violenza il "Ghandi della Rsi", in qualità di sottosegretario - generò altre bufere concluse con le trattative di resa agli angloamericani di Wolff, Rahn, Wietinghoff, Dollman all'insaputa del governo della Repubblica sociale italiana. Nicola Bombacci mette a disposizione del regime il suo indubbio talento di tribuno; la sua grande capacità di dialogo con un ambiente popolare, operaio, in una congiuntura politicamente e umanamente difficilissima come quella nella quale viene a trovarsi allorché contatta un proletariato che non ha spezzato le sue tradizioni rosse, anche se segue con attenzione e interesse misto a diffidenze e scetticismo il revival rivoluzionario di un Mussolini che sembra voler ritornare ai tempi in cui dirigeva a Forlì la lotta di classe e a Milano L'Avanti! massimalista. Ma il regime, nel quale integralisti gelosi e fanatici ancora contano, tarda a utilizzare i servigi del già arringatore di folle nelle affollate piazze di Romagna. Seguiamo ancora Accame: "Gli fu tuttavia concesso di ricominciare a parlare in pubblico verso la fine del 1944. Ebbe un primo successo a Verona al Teatro Nuovo e riuscì a riportare le folle intorno alla Repubblica parlando a Como, Busto Arsizio, Pavia, Venezia, Brescia e Genova. A Genova parlò nel marzo del 1945 agli operai dell'Ansaldo, alle commissioni operaie riunite nel Teatro Universale ed infine in piazza De Ferrari di fronte ad una folla valutata intorno alle trentamila persone". Però... "Il dissidio col Pci, che lo porterà a ricollegarsi col "carissimo nemico" Benito Mussolini fino al punto di voler morire con lui, ha, levianamente parlando, un cuore antico. E parte da un "caso disciplinare", come lo definisce Paolo Spriano nella sua Storia del Pci condensandolo in queste poche parole: "Si registra una piccola crisi personale, il caso Bombacci. Il deputato comunista, piuttosto isolato nel partito, ha assunto da tempo posizioni che lo collocano all'estrema destra. In occasione della stipulazione di un trattato commerciale tra l'Italia e la Russia sovietica, Bombacci parla di affinità fra le due rivoluzioni (quella comunista e quella fascista). Scoppia un vero e proprio scandalo e Bombacci è costretto dall'Esecutivo del partito a dimettersi da deputato". L'espulsione dal partito per "indegnità morale", insieme a Graziadei, risale al '27. E non si tratta di un'operazione facile, perché "Nicolino" ha molti amici nell'Internazionale. Costoro ne reclamano la riabilitazione, ricordando la sua partecipazione ai funerali di Lenin. Infine, l' hanno vinta coloro che gli imputano "abitudini al più depravato parlamentarismo". Nella sua storia dell'Avanti! Gaetano Arfè, nel descrivere lo stato del Psi durante la gestione Mussolini del quotidiano, afferma: "Sarà il momento in cui emergeranno i più facinorosi e irresponsabili rappresentanti della sinistra, i Bombacci e i Bucco, che prenderanno la mano ai Lazzari e ai Serrati. L'incremento numerico del partito nel biennio mussoliniano viene considerato dai riformisti come l'effetto dell'abbattimento di ogni barriera fra il proletariato e la teppa". Facinoroso, irresponsabile, teppista Nicola Bombacci, dunque? Suvvia! Un intellettuale del calibro di Ugo Ojetti non è per nulla di questo parere. Nel '22, nelle "Cose viste", così si esprime su di lui: " Un deputato magro, gentile e piccolino, vestito di nero...l'onorevole Bombacci è angelico, ha una voce lenta e velata dalle nebbie iperboree". Ebbene, a questo personaggio "angelico" il Psi affiderà la segreteria al congresso socialista di Roma del settembre '18, in assenza di Lazzari finito in gattabuia per disfattismo. Non dovette cavarsela male se, un anno dopo, al congresso di Bologna dell'ottobre si decise di riconfermarlo... Qualcuno ha ritenuto di poter paragonare Nicola Bombacci a Jacques Doriot. Mai paragone fu più improprio. 
Il sindaco rosso di Saint Denis, segretario del Comintern giovanile e deputato del Pcf passato quindi al nazismo con la fondazione del Partito popolare francese, e con il relativo organo di stampa L'emancipation nationale, non fu un modello per "Nicolino", anche se lo fece collaborare alla sua rivista "La Verità". Il paladino della socializzazione non morì in terra tedesca indossando una uniforme tedesca dopo avere prestato giuramento al capo dello Stato tedesco e dopo aver seguito il governo francese in territorio tedesco (Sigmarigen) insieme alle truppe tedesche in ritirata. Inoltre, "Nicolino" non perì come Doriot, colpito per puro caso da una sventagliata di proiettili sparati da un aereo di guerra degli Alleati. No, fu colpito dalle raffiche di un plotone partigiano mentre lui gridava "Viva il socialismo". Bombacci non mancava di senso dell'umorismo. Nell'andare verso il suo tragico destino sull'auto di Mussolini, si rivolse al figlio di lui, Vittorio, dicendogli: "Sono esperto di queste cose, ero nell'ufficio di Lenin a Pietroburgo, quando le truppe bianche di Judenic avanzavano sulla città e ci preparavamo ad abbandonarla, come stiamo facendo ora". Forse la vita dell'uomo è in balia della roulette. Il rosso e il nero, appunto...




LA SUA PASSIONE E L'ADESIONE ALLA REPUBBLICA SOCIALE


Perché Nicola Bombacci volle aderire alla Repubblica Sociale Italiana? I motivi che presiedettero a questa scelta estrema ed estremamente perigliosa, impegnativa, furono tanti; e tutti riconducibili alla sua passione per la "rivoluzione", per l'ascesa delle masse popolari verso l'egemonia nella società civile, nel processo produttivo, nello Stato autogestito dei lavoratori. Altro che supertraditore del proletariato, come ancora oggi blaterano certe sinistre in inopinata adorazione dinanzi a feticci quali le privatizzazioni, il cosiddetto "mercato", il liberismo economico frutto della rinuncia pregiudiziale alla programmazione e alla politica di piano, il ripudio sedicente "modernizzante" di autogestioni e cogestioni e nazionalizzazioni. Per renderci conto dello stato d'animo del vecchio sovversivo di Romagna negli anni tragici '43/45 sarà, forse, sufficiente riportare una sua affermazione, riferita da Bruno Spampanato - intellettuale della "sinistra fascista" molto vicino a Mussolini e altrettanto amico di "Nicolino" a Salò - in una pagina del secondo volume del suo "Contromemoriale". Eccone le inequivoche parole: "Qui inglesi e americani se arrivano a invadere tutta l'Italia ci danno per tutori una commissione di generali e alla Rivoluzione dovremo rinunciare per sempre. Per questo bisogna continuare la guerra, difendere quello che si era potuto fare ieri e per difendere quello che si può fare oggi...". Orbene, indipendentemente da ogni opinione circa l'esigenza o meno di proseguire nelle operazioni belliche contro gli angloamericani, occorre seriamente e onestamente riconoscere che le previsioni formulate da Bombacci relativamente a ciò che si sarebbe verificato in conseguenza della vittoria degli Alleati - e pur prescindendo da ogni simpatia per i cosiddetti "camerati germanici", negativamente considerati alleati/occupanti anche dalla Rsi e dal suo Capo - purtroppo ebbero a rivelarsi più che fondate. Abbiamo sempre saputo che la socializzazione - bandiera caratterizzante della Rsi e, soprattutto e innanzitutto, della sua componente creativa, rivoluzionaria, nazionale/popolare - non fu affatto una "buffonata", cinicamente allestita solo per "ingannare i gonzi e indurli a farsi carne da cannone utile ai nazisti", come pretende una cultura di sinistra e resistenziale scarsamente avveduta, niente affatto lungimirante e, a ben vedere, poco rispettosa della verità. Nella realtà della Rsi la socializzazione è concretamente esistita, pur con limiti inevitabili patiti per il progressivo precipitare della situazione sui fronti di guerra, per la ostilità dura dei tedeschi, in questo alleati con il padronato e perfino con la Resistenza, per lo scetticismo dei lavoratori - ma più interessati all'esperimento di quanto comunemente si è creduto e ancora si crede - con radici che affondavano più nella precarietà della Repubblica che nella sfiducia in Mussolini e nei suoi ministri, nei suoi ideologi, nei suoi riformatori. Orbene, della socializzazione a livello elaborativo e realizzativo Nicola Bombacci fu sicuramente il massimo autore dopo Mussolini e insieme con Mussolini. Alcune cifre idonee a testimoniare la concretezza dell'impegno bombacciano: socializzate imprese con 129.000 dipendenti e 4 miliardi e 119 milioni - allora! - di fatturato. Ciò in un territorio repubblicano amputato del suo Mezzogiorno e di buona parte del centro. Trattasi di un processo rivoluzionario, attenzione, destinato ad arrivare alle estreme conseguenze se tutto non fosse crollato nella primavera di sangue del '45. Infatti in varie deliberazioni del governo e del partito si trovano forti osservazioni in tal senso: per esempio, l'impegno di estendere la rivoluzione socializzatrice in agricoltura. In modo particolare colpisce questa affermazione: "se l'azienda non è socializzata si verifica lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo". Un marxista avrebbe detto meglio? Tutto ciò con la firma, magari senza penna e inchiostro di Nicola Bombacci.

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