lunedì 29 giugno 2015

Ad un bambino indigeno (Subcomandante Marcos)

Al bambino Miguel A. Vàzquez Valtierra
La Paz, Baja California Sur


Miguel,
tua mamma mi ha consegnato la lettera assieme alla foto in cui sei con il tuo cane. Approfitto del fatto che tua mamma ritorna al tuo paese per scriverti queste righe frettolose, che forse non riuscirai ancor a capire. Tuttavia sono sicuro che un giorno, un giorno come questo in cui ti scrivo, capirai che è possibile che esistano uomini e donne come noi, senza volto e senza nome, che lasciano tutto. Anche la vita stessa, perché altri bambini (bambini come te, ma che non sono come te) possano alzarsi ogni mattina senza parole da tacere e senza maschere per affrontare il mondo. Quando quel giorno arriverà, noi, quelli senza volto e senza nome, potremo finalmente riposare sotto terra... morti, certamente, ma contenti. La nostra professione: la speranza. Il giorno sta per morire e si fa cupo quando si veste da notte, poi nascerà il nuovo giorno, prima con un velo nero, quindi con il grigio o l' azzurro a seconda che gli venga voglia di illuminare o no la polvere e il fango del nostro cammino. Il giorno sta per morire tra le braccia notturne dei grilli e allora viene questa idea di scriverti per dirti qualcosa che giunge dai "professionisti della violenza", come ci hanno definito. Ed è così, siamo professionisti. Ma la nostra professione è la speranza. Un bel giorno abbiamo deciso di farci soldati perché un giorno non siano più necessari i soldati. Abbiamo cioè scelto una professione suicida perché è una professione il cui obiettivo è scomparire, soldati che sono soldati perché un giorno nessuno debba più essere un soldato. Chiaro, no? E allora si vede che noi, questi soldati che vogliono smettere di essere tali, possediamo quel qualcosa che i libri e i discorsi chiamano "patriottismo". Perché ciò che chiamiamo patria non è una idea che vaga tra le lettere e i libri, ma è un gran corpo di carne e ossa, di dolore e sofferenza, di pena e speranza che tutto cambierà, un bel giorno. E la patria che vogliamo dovrà nascere anche dai nostri errori e sbagli. Dai nostri corpi spogli e spezzati si leverà un mondo nuovo. Lo vedremo? Ma è importante se lo vedremo? Credo che non sia così importante, come sapere con sicurezza che nascerà e che nel lungo e doloroso parto della storia ci abbiamo messo un po’ tutto: vita, corpo e anima. Amore e dolore, che non solo fanno rima tra loro, ma che si affratellano e camminano insieme. Per questo siamo soldati che vogliono smettere di essere soldati. Ma ne consegue che, perché non siano più necessari i soldati, bisogna farsi soldati e prendersi una discreta quantità di piombo, piombo caldo, scrivendo libertà e giustizia per tutti, non per uno o per alcuni, ma per tutti, tutti i morti di ieri e di domani, i vivi di oggi e di sempre, per tutti coloro che chiamiamo popolo e patria, quelli senza niente, quelli predestinati che hanno sempre perso, quelli senza nome, quelli senza volto. Ed essere un soldato che vuole che i soldati non siano più necessari è molto semplice: basta rispondere con fermezza al pezzetto di speranza che in ciascuno di noi depositano gli altri, coloro che non hanno nulla, coloro che avranno tutto. Per loro e per coloro che sono rimasti lungo il cammino, per una ragione o per l’altra, e tutte ingiuste. Per loro cercare di cambiare davvero ed essere migliori ogni giorno, ogni sera, ogni notte di pioggia e di grilli. Accumulare con pazienza odio e amore. Coltivare il fiero albero dell’odio contro l’oppressore, con l’amore che combatte e libera. Coltivare il potente albero dell’amore che è vento che pulisce e risana, non l’amore piccolo ed egoista, ma quello grande, che rende migliori e più grandi. Coltivare in noi l’albero dell’odio e dell’amore, l’albero del dovere. E in questa coltivazione mettere la vita intera, corpo e anima, coraggio e speranza. Crescere dunque, crescere insieme passo dopo passo, gradino dopo gradino. E in questo saliscendi di rosse stelle non aver paura, non aver paura di nulla se non di arrenderti, di sederti su una seggiola a riposare mentre altri proseguono, di prendere fiato mentre altri lottano, di dormire mentre altri vegliano.
Abbandona, se lo possiedi, l’amore per la morte e l’attrazione per il martirio. Il rivoluzionario ama la vita senza temere la morte e cerca che la vita sia degna per tutti, e se per questo deve pagare con la morte lo farà senza drammi né esitazioni. Ricevi il mio migliore abbraccio e il dolce dolore che sarà sempre speranza.
Ciao Miguel


Dalle montagne del Sudest messicano.
Subcomandante insorto Marcos




PS. Qui si viveva peggio dei cani. Abbiamo dovuto scegliere tra vivere come animali o morire come uomini degni. La dignità, Miguel, è l’unica cosa che non si deve perdere mai, mai.

Nessun commento:

Posta un commento