venerdì 31 ottobre 2014

CCCP. Una colonna sonora per la liberazione europea (Alberto Lodi)

Nel suo libro “La tendenza fondamentale del nostro tempo” Emanuele Severino notava come, ai tempi, in Europa, le uniche due istituzioni rimaste a difendere la concezione tradizionale della filosofia fossero la Chiesa cattolica e l’Unione Sovietica. Niente di strano, quindi, nel percorso esistenziale di Giovanni Lindo Ferretti, cantante dei CCCP, ex punk filosovietico ed amante della DDR (“Siamo stati assorbiti dal fascino retrò del posto: le divise, i militari e tutta la simbologia [...] Quell’attrazione non derivava da una scelta politica [...] ma dal fascino puro e semplice di Berlino Est”), tornato alle sue origini riscoprendosi cattolico e conservatore, ma di un conservatorismo contadino, legato alla terra. E i vecchi fan sono adirati, ma dovrebbero adirarsi con sé stessi, per non aver capito né il Ferretti nuovo né quello vecchio. Che poi è sempre lo stesso: è piuttosto il mondo che è cambiato.



Niente di strano nel percorso di Ferretti perché, se tra i topòi messi in musica dai CCCP ce n’è uno cruciale, diciamo una suggestione, un’esigenza prepolitica, questa è la “stabilità”, invocata nel loro pezzo “Live in Pankow” (“voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia / voglio un piano quinquennale, la stabilità”) che è poi la ricerca di un ancoraggio simbolico, di un dotarsi di senso nel nonsenso della modernità. Il tema della stabilità si ritrova anche nella scelta di Berlino, luogo di nascita dei CCCP, e del punk dell’”Europa continentale” contrapposto a quello del mondo anglosassone (cfr. l’intermezzo “Radio Popolare” contenuto nell’album “Live in Punkow”). Pier Vittorio Tondelli, a proposito dell’immaginario dei CCCP, abbastanza giustamente parlava nel suo libro “Un weekend postmoderno” di “forte bisogno di un’unità immaginaria che diventi tutt’uno con una sorta di revanche europeista nei confronti dell’impero americano” e del fatto che il filosovietismo apparisse “come un problema di identità culturale, un voler fare i conti con duemila anni di storia europea che pochi decenni di divisione non basteranno certo a cancellare”. Citate nello stesso libro di Tondelli, alcune frasi significative dei CCCP: “Ai tanti che hanno scoperto l’America con cinquecento anni di ritardo, le nostre felicitazioni. Ognuno ha l’immaginario che si merita”. E ancora: “Non ne possiamo più della disco, del funky, del rap, delle luci colorate; non ne possiamo più delle onde non onde; non ne possiamo più del jazz, del reggae, del blues, perché non abbiamo nessuna negritudine da rivalutare: siamo bianchi europei colti [...] Eravamo stanchi di tutto questo vivere all’americana, di mode americane e cose del genere. Credi di vivere in America, ma è ovvio che non è vero. Noi ci sentiamo europei dall’intelligenza più piena all’ignoranza più bestiale”. Il tema del filosovietismo si fonde con quello dell’europeismo: “Scegliamo l’Est non tanto per ragioni politiche, quanto etiche ed estetiche. All’effimero occidentale, preferiamo il duraturo; alla plastica, l’acciaio. Alle discoteche preferiamo i mausolei, alla break dance, il cambio della guardia”. E in queste suggestioni sembra riecheggiare il mito dell’Europa “fino a Vladivostok”, l’Europa potenza mondiale tellurocratica, propugnato da Jean Thiriart e dalla sua Jeune Europe. “Di qua, di là del muro / Europa persa in trance / in Alexanderplatz come in piazza del Duomo”, canta Ferretti in “Live in Pankow”. E d’un tratto Berlino e Milano sembrano incredibilmente vicine, unite nella stessa marmorea essenza.


Ma c’è tanto altro da dire: nelle frasi sopracitate viene sollevato il cruciale problema della riscoperta della cultura europea (continentale, nella fattispecie) e della riconquista di una sovranità anche in questo campo.

Ha detto il filosofo marxista Costanzo Preve: “La sovranità culturale è parzialmente autonoma ma dipende anche dalla sovranità politico-militare. La grande filosofia greca del tempo di Platone e Aristotele si basava sulla sovranità politica dei Greci, non ancora occupati né dall’impero persiano né dalla repubblica romana né dai regni ellenistici”.

I CCCP si sentono pienamente europei, ma europei dell’Europa migliore, che coi piedi piantati ben saldi a Roma, Mosca o Berlino sa guardare altrove: “Le culture arabe e asiatiche sono quelle a noi più vicine, e la cultura europea si scontra, e si incontra con queste due civiltà, da sempre. Questo è il nostro retroterra culturale e fisico. Noi facciamo quindi del punk filosovietico”. E poi: “Ci siamo sentiti soldati della DDR, mentre le donne portavano i chador”. Nel loro immaginario esiste dunque una dicotomia tra civiltà in senso proprio, almeno in parte arcaiche, costituite intorno ad un perno (“a Istanbul sono a casa / ho un passato e un futuro” recitava “Punk Islam”: tra questo passato e questo futuro non c’è discontinuità, sono due episodi di un’unica Kultur), ad un “centro di gravità permanente”, per dirla con Battiato, ed anticiviltà dell’effimero e della “plastica”, che non sanno più niente della verità, degli spazi sconfinati e dell’assumere per sé stessi un destino.

Colpisce dunque l’assoluta mancanza di provincialismo nella mentalità dei CCCP, quando la presunta cultura italiana nel provincialismo ci sguazza. E quella del sentirsi radicalmente europei guardando all’Asia ed all’Islam è una presa di posizione matura e molto diversa da quella della sempre provinciale (inevitabile, in una provincia alla periferia dell’impero) sinistra italiana; fa pensare piuttosto alla coscienza patriottica ed eurasiatica del Partito Comunista della Federazione Russa di Gennadij Zjuganov. O, per restare in ambito culturale, ai grandi orientalisti, dal tibetologo italiano Giuseppe Tucci a Henry Corbin. “Dice che a nord, che a est / la strada è aperta / possibile, dall’Adriatico al Mar Giallo”: così salmodia oniricamente Ferretti in “Radio Kabul”. E dopo essere arrivati “in Cina, attraverso la Siberia” giungono al limite estremo dell’Eurasia, il Giappone. Cantano “lode a Mishima e a Majakovskij”, in “Morire”. E stiamo ascoltando proprio quella canzone mentre scriviamo, e anche se non sappiamo bene perché, proviamo un brivido. “Esiste una sconfitta / pari al venire corroso / che non ho scelto io ma è dell’epoca in cui vivo”. La quotidiana sconfitta dell’umanità occidentale (“Produci! Consuma! Crepa!”) che ha perso il senso della “forma”, quel senso delle grandi responsabilità di fronte alla storia che ha condotto Mishima al seppuku e Majakovskij a spararsi al cuore, scegliendo così di morire e trovando, nella morte, la vita.

Ma la potenza evocativa dei CCCP porta con sé impressioni che definiremmo quasi “metafisiche” in pezzi come il capolavoro “Manifesto”: “e data l’ora, l’aspetto / la cattiva reputazione / le voglie sconfinate / la necessità di infinito”, ma anche, riadattando una famosa frase di Mao Zedong, “grande è la confusione / sopra e sotto il cielo / osare l’impossibile, osare / osare perdere / grande è l’impossibile / osare la confusione / il cielo sopra e sotto / ci si può solo perdere / ci si può solo perdere”. Ancora, come fosse uno sciamano, Ferretti canta, in “Svegliami”: “cerco le qualità che non rendono / in questa razza umana / che adora gli orologi e non conosce il tempo [...] e trema e vomita la terra / si capovolge il cielo con le stelle”.

Nel 1989 realizzarono finalmente il sogno di suonare in Unione Sovietica, a Mosca e Leningrado: “usciti di lì i CCCP non avrebbero potuto dare più nulla. Dopo aver cantato a Mosca, con addosso i postumi di una sbronza colossale, nel mezzo di uno spettacolo secondo me straordinario, con i militari in piedi durante A Ja Ljublju SSSR, che altro potevo chiedere?”.

Con la catastrofe del crollo dell’Unione Sovietica, si sciolsero infine anche i CCCP. Dalle loro ceneri nacquero i CSI, ma questa è un’altra storia.

E se da allora sono cambiate tante cose, nonostante tutto c’è chi resta fedele alla linea.

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